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:: Adriano Sofri sul conflitto Russo-Ceceno ::

Cecenia il paradosso dimenticato
di Adriano Sofri*

Mentre il mondo guarda a Baghdad, Mosca vara il referendum per la nuova costituzione. E mentre applica una guerra totale, deplora l'illegalità dell'intervento americano in Iraq.

Domenica 23 marzo, nel giorno in cui il pubblico mondiale teneva lo sguardo fisso sull'Iraq dei caduti e dei prigionieri americani, nella martoriata Cecenia si svolgeva il referendum indetto dal Cremlino per ratificare una nuova costituzione. Decisione senza altro senso che l'ostentazione ennesima di una «normalizzazione» sconfessata dal regime di occupazione e dalla quotidiana violenza: i sequestri di civili a scopo di repressione e più volentieri di estorsione, conclusi spesso con la scomparsa, sono pratica normale di ufficiali e truppe russe. È pratica normale che il riscatto sia estorto per ottenere solo il cadavere dei sequestrati. 

Per dare un contentino estemporaneo alle (pochissime) obiezioni intemazionali e (poche) interne, la Corte suprema russa ha annullato la scandalosa sentenza che aveva affossato l'unico processo a un alto ufficiale russo per criAmini contro l'umanità. D colonnello Boudanov aveva sequestrato una giovinetta cecena, l'aveva seviziata e,  ubriaco come da regolamento, l'aveva strozzata con le proprie mani. Il tribunale l'aveva dichiarato incapace di intendere, riallacciandosi, benché a uno scopo invertito, alla gloriosa tradizione giudiziaria della psichiatria sovietica.

Il  governo russo ha però spinto il suo senso dell'onore e del buonumore fino a decretare il diritto di voto nel referendum alle decine di migliala di militari occupanti in Cecenia. In cambio, quasi metà della popolazione cecena superstite è dispersa nei campi profughi dell'Inguscezia e del Dagestan, o nella diaspora europea e asiatica. Alla truffa del referendum si è opposto, com'era inevitabile, l'intero (e diviso) schieramento della resistenza armata cecena, ma anche buona parte della popolazione. E lo stesso Consiglio d'Europa ha rifiutato di presenziare al voto col compito di controllarne la validità, per non vidimare quel clima di sopraffazione.

Per debellare e punire la Cecenia sono morti ufficialmente negli ultimi nove anni 30 mila militari russi. Eppure, si tratta di una repubblichetta grande come una regione italiana, che aveva, dieci anni fa, sì e no un milione di abitanti. Della Cecenia, molto più che decimata da due devastanti guerre in meno di un decennio, si occupano da noi poche persone e poche associazioni. Così poche, e così disperate, da conoscerei e sentire in comune come degli stravaganti, o dei devoti di cause perdute, esperantisti o collezionisti di francobolli del Liechtenstein. 

Fra i pochi sono i radicali transnazionali, con una costanza e un coraggio ammirevoli: che è la ragione primaria per la quale io mi sono iscritto a quello speciale partito. Devo al loro segretario. Olivier Dupuis, la tempestiva conoscenza di una proposta presentata da Ityas Akhmadov, che è oggi fuori dal paese con la responsabilità di ministro degli Esteri della Repubblica cecena di Ichkeria, e fu a casa sua mio buon amico.

Il documento è stato illustrato alla stampa americana lo scorso 18 marzo. I primi destinatari sono infatti gli Stati Uniti, l'Unione Europea e i suoi singoli paesi membri: cui si chiede di riconoscere nella guerra russo-cecena una posta essenziale della loro relazione con la Russia, e di progettarne il negoziato nel contesto delle Nazioni Unite. Si intitola «La tragedia russo-cecena: il cammino verso la pace e la democrazia». Il sottotitolo evoca la sostanza della proposta: «Indipendenza condizionata sotto amministrazione internazionale». 

Essa muove da due convinzioni. Che la tragedia sia tale, appunto, per la Cecenia ma anche per la Russia. E che non può esistere una soluzione militare. Sono pensieri saggi e perfino di buon senso: e tuttavia quanto difficili da svolgere! La Russia ha scelto da tempo la cieca repressione militare, accompagnata tutt'al più dalla moltiplicazione di governi fantoccio: e ha puntato all'iscrizione dell'intera resistenza cecena nel catalogo del terrorismo internazionale. Aspirazione coronata da successo, man mano che avanzava la strategia americana della guerra preventiva e dell'intervento in Iraq. 

Con un paradosso in più: che il Putin della guerra totale in Cecenia deplora oggi l'illegalità del pugno forte americano! JLa proposta di Akhmadov è in realtà realistica, se un realismo ragionevole avesse cittadinanza nel nostro mondo. Esso dichiara l'impossibilità di una definizione pacifica che continui a includere la  Cecenia nello stato russo. Impossibilità evidente a chiunque conosca quella realtà, la sua storia antica e la sua catastrofe recente e corrente. Riconosce le ragioni della sicurezza della Russia alla frontiera caucasica. Argomenta il dovere e il diritto di Russia e Cecenia a liberarsi da domestiche intolleranze, violenze, estremismi. 

Spiega che un'evoluzione democratica e pacifica della Cecenia non può che essere compito di un certo numero di anni, e sotto un'amministrazione internazionale, in questo periodo l'indipendenza cecena sarebbe un'«indipendenza condizionata». Formula suggestiva ed equilibrata, che del resto, in una versione o nell'altra, è destinata a emergere in molti posti tragici della terra, Palestina e Iraq compresi.

Potevo solo dirvi, se aveste un interesse a questo tentato genocidio, e al suo effetto micidiale nella disperata o esaltata precipitazione terrorista e islamista di gruppi importanti della resistenza cecena (vi ricordate il teatro di Mosca), che esiste questa proposta, e che potete leggerne la trentina di pagine (tradotte in italiano) nel sito del Partito radicale transnazionale (www.radicalparty.org). Io spero che essa serva a una svolta cruciale per la dignità e il diritto dei ceceni: che le donne e i profughi e i civili in genere non siano più spettatori o sostenitori od ostaggi delle minoranze annate, ma diventino protagonisti della riflessione, della lotta non violenta, e della stessa diplomazia. Padroni di sé, contro gli occupanti ubriachi e autonomamente, e contro, se occorre, dai loro eroici combattenti.  

[*Da Panorama - n°14/2003]


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