Mentre il mondo guarda a Baghdad, Mosca vara il
referendum per la nuova costituzione. E mentre
applica una guerra totale, deplora l'illegalità
dell'intervento americano in Iraq.
Domenica 23 marzo, nel giorno in cui il pubblico mondiale teneva
lo sguardo fisso sull'Iraq dei caduti e dei prigionieri americani, nella
martoriata Cecenia si svolgeva il referendum indetto dal Cremlino
per ratificare una nuova costituzione. Decisione senza altro senso
che l'ostentazione ennesima di una «normalizzazione» sconfessata
dal regime di occupazione e dalla quotidiana violenza: i sequestri di
civili a scopo di repressione e più volentieri di estorsione, conclusi
spesso con la scomparsa, sono pratica normale di ufficiali e truppe
russe. È pratica normale che il riscatto sia estorto per ottenere solo il
cadavere dei sequestrati.
Per dare un contentino estemporaneo alle
(pochissime) obiezioni intemazionali e (poche) interne, la Corte
suprema russa ha annullato la scandalosa sentenza che aveva
affossato l'unico processo a un alto ufficiale russo per criAmini
contro l'umanità. D colonnello Boudanov aveva sequestrato una
giovinetta cecena, l'aveva seviziata e, ubriaco come da
regolamento, l'aveva strozzata con le proprie mani. Il tribunale l'aveva
dichiarato incapace di intendere,
riallacciandosi, benché a uno scopo invertito, alla gloriosa
tradizione giudiziaria della psichiatria sovietica.
Il governo russo ha però spinto il suo senso dell'onore e del buonumore fino a decretare il
diritto di
voto nel referendum alle decine di migliala di militari
occupanti in Cecenia. In cambio, quasi metà della
popolazione cecena superstite è dispersa nei campi profughi
dell'Inguscezia e del Dagestan, o nella diaspora europea e asiatica.
Alla truffa del referendum si è opposto, com'era inevitabile, l'intero
(e diviso) schieramento della resistenza armata cecena, ma anche
buona parte della popolazione. E lo stesso Consiglio d'Europa ha
rifiutato di presenziare al voto col compito di controllarne la
validità, per non vidimare quel clima di sopraffazione.
Per debellare e punire la Cecenia sono morti ufficialmente negli
ultimi nove anni 30 mila militari russi. Eppure, si tratta di una
repubblichetta grande come una regione italiana, che aveva, dieci
anni fa, sì e no un milione di abitanti. Della Cecenia, molto più che
decimata da due devastanti guerre in meno di un decennio, si
occupano da noi poche persone e poche associazioni. Così poche, e
così disperate, da conoscerei e sentire in comune come degli
stravaganti, o dei devoti di cause perdute, esperantisti o
collezionisti di francobolli del Liechtenstein.
Fra i pochi sono i radicali transnazionali, con una costanza e un
coraggio ammirevoli: che è la ragione primaria per la quale io mi
sono iscritto a quello speciale partito. Devo al loro segretario.
Olivier Dupuis, la tempestiva conoscenza di una proposta presentata da Ityas Akhmadov, che è oggi fuori dal
paese con
la responsabilità di ministro degli Esteri della Repubblica cecena di
Ichkeria, e fu a casa sua mio buon amico.
Il documento è stato
illustrato alla stampa americana lo scorso 18 marzo. I primi
destinatari sono infatti gli Stati Uniti, l'Unione
Europea e i suoi singoli paesi membri: cui si chiede di riconoscere
nella guerra russo-cecena una posta essenziale della loro relazione
con la Russia, e di progettarne il negoziato nel contesto delle
Nazioni Unite.
Si intitola «La tragedia russo-cecena: il cammino verso la pace e
la democrazia». Il sottotitolo evoca la sostanza della proposta:
«Indipendenza condizionata sotto amministrazione internazionale».
Essa muove da due convinzioni. Che la tragedia sia
tale, appunto, per la Cecenia ma anche per la Russia. E che non
può esistere una soluzione militare. Sono pensieri saggi e perfino di buon senso: e tuttavia quanto difficili da svolgere! La
Russia ha scelto da tempo la cieca repressione militare, accompagnata tutt'al più dalla moltiplicazione di governi fantoccio: e ha
puntato all'iscrizione dell'intera resistenza cecena nel catalogo del
terrorismo internazionale. Aspirazione coronata da successo,
man mano che avanzava la strategia americana della guerra
preventiva e dell'intervento in Iraq.
Con un paradosso in più: che
il Putin della guerra totale in Cecenia deplora oggi l'illegalità del pugno forte americano!
JLa
proposta di Akhmadov è in realtà realistica, se un
realismo ragionevole avesse cittadinanza nel nostro
mondo. Esso dichiara l'impossibilità di una
definizione pacifica che continui a includere la Cecenia nello stato russo. Impossibilità
evidente a
chiunque conosca quella realtà, la sua storia antica e
la sua catastrofe recente e corrente.
Riconosce le ragioni della sicurezza della Russia alla frontiera
caucasica. Argomenta il dovere e il diritto di Russia e Cecenia a
liberarsi da domestiche intolleranze, violenze, estremismi.
Spiega
che un'evoluzione democratica e pacifica della Cecenia non può che
essere compito di un certo numero di anni, e sotto
un'amministrazione internazionale, in questo periodo l'indipendenza
cecena sarebbe un'«indipendenza condizionata».
Formula suggestiva ed equilibrata, che del resto, in una versione o
nell'altra, è destinata a emergere in molti posti tragici della terra,
Palestina e Iraq compresi.
Potevo solo dirvi, se aveste un interesse a questo tentato
genocidio,
e al suo effetto micidiale nella disperata o esaltata precipitazione
terrorista e islamista di gruppi importanti della resistenza cecena (vi
ricordate il teatro di Mosca), che esiste questa proposta, e che potete
leggerne la trentina di pagine (tradotte in italiano) nel sito del Partito
radicale transnazionale (www.radicalparty.org). Io spero che essa
serva a una svolta cruciale per la dignità e il diritto dei ceceni: che le
donne e i profughi e i civili in genere non siano più spettatori o
sostenitori od ostaggi delle minoranze annate, ma diventino
protagonisti della riflessione, della lotta non violenta, e della stessa
diplomazia. Padroni di sé, contro gli occupanti ubriachi e
autonomamente, e contro, se occorre, dai loro eroici combattenti.
[*Da Panorama - n°14/2003]
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