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:: La situazione in Iran ::

Gli ultimi giorni di Khatami?
di Bijan Zarmandili*

Oscurata dalla guerra in Iraq, la crisi iraniana sembra alla vigilia di una svolta. Lo stesso presidente della Repubblica potrebbe dimettersi, come atto estremo di sfida all'establishment clericale più conservatore. E Washington si prepara al peggio.

1. L' INESORABILE CADUTA DEL REGIME di Saddam Hussein ha monopolizzato per una lunga fase la gran parte delle energie politiche, diplomatiche e militari delle potenze mondiali, distogliendo la loro attenzione da un'altra capitale strategica della regione: Teheran. Qui si consuma drammaticamente da tempo un lento processo di disgregazione della repubblica islamica iraniana, con conseguenze ancora meno prevedibili e meno calcolate rispetto a quelle legate al crollo del rais iracheno.

La fine di Saddam è una morte annunciata, gridata con sin troppo clamore, preparata con eccesso di zelo nei minimi dettagli e accompagnata dal frastuono della marcia di centinaia di migliala di marines sul territorio iracheno e dal rombo dei cacciabombardieri. Mai il mondo è stato così lacerato dalla morte di una dittatura. La lenta agonia del regime degli ayatollah iraniani sta invece maturando nell'apparente disinteresse di tutti, nella vaga speranza che si tratterà di un epilogo quasi a costo zero, senza tuttavia tenere conto delle vaste e profonde conseguenze geopolitiche che tale prospettiva potrà provocare nella regione del Golfo Persico, ma anche in Asia centrale e in tutto il Medio Oriente.

A Teheran si parla con sempre maggiore insistenza delle prossime dimissioni del presidente della Repubblica Mohammad Khatami, ipotesi confermata a più livelli dall'entourage dello stesso leader riformista iraniano. Una fonte iraniana prospetta l'uscita di scena del presidente Khatami non appena i due decreti (con i quali il leader riformista pretende maggiori poteri per il suo esecutivo e un drastico ridimensionamento del potere giudiziario, gelosamente controllato dall'ala conservatrice del regime) saranno bocciati dalla Guida della rivoluzione, [l'ayatollah Ali Khamenei: esito dato per certo da diversi analisti e che dovrebbe realizzarsi subito dopo le festività del Capodanno iraniano (il 21 marzo, l'inizio della primavera). 

Per sbattere la porta in faccia al clero conservatore, Khatami, però deve innanzitutto attendere la conclusione della fase bellica in Iraq. L'apertura di una crisi politica e di uno scontro frontale al vertice della Repubblica islamica in piena guerra angloamericana contro l'Iraq è giudicata avventuristica, pericolosa e senza sbocchi politici immediati. Esporrebbe l'Iran a eventuali interventi militari da parte degli Stati Uniti, ma potrebbe anche sollecitare aspirazioni separatiste delle minoranze etniche del paese, del Kurdistan iraniano ad esempio, regione già sottoposta a tensioni non facilmente governabili in vista di una pax americana nell'area abitata dai curdi in Iraq. 

La sorte di Khatami, fatalmente, è legata anche a ciò che avverrà nella Baghdad post-Saddam: un'amministrazione militare americana, un Consiglio dei capi dell'opposizione che gestirà il potere con l'appoggio degli americani, oppure un governo «arabo» sotto l'egida delle Nazioni Unite in attesa di elezioni libere? Ciascuna di queste soluzioni per la gestione dell'Iraq orfano di Saddam avrà ripercussioni immediate sull'andamento della lotta politica iraniana. La prima soluzione, una lunga permanenza dei generali americani nella capitale irachena, fanno capire le fonti iraniane, renderebbe problematica qualsiasi scelta dei riformisti iraniani e costringerebbe Khatami a misurare con maggiore cautela ogni sua mossa.

Un governatore americano che occuperà per uno, due, o addirittura tre anni il palazzo presidenziale di Baghdad sarebbe giudicato a Teheran come il segnale di un irrigidimento irreversibile della strategia americana nella regione, ma anche di un indebolimento del fronte che si oppone a tale strategia, cioè di un drastico ridimensionamento del ruolo della Russia, dell'Europa, della Cina e del mondo arabo. A quel punto, qualsiasi dialettica politica iraniana, compresa quella più radicale provocata dalle dimissioni del presidente Khatami, sarà inevitabilmente soggetta alla costante presenza militare statunitense a pochi passi dall'Iran. 

Gli uomini del presidente iraniano non nascondono la propria preferenza per un Karzai iracheno a Baghdad. Renderebbe più agevoli le mosse di Khatami, sostengono. Un governo iracheno non ostile all'Iran darebbe maggiori chance di manovra ai moderati della repubblica islamica e, soprattutto, impedirebbe ai conservatori di dirottare le tensioni interne sul tema dell'antiamericanismo e sulla sacralità della lotta contro il «grande Satana". Ma gli ambienti vicini al presidente iraniano raccontano di Khatami come di un uomo disilluso e pessimista su ciò che attende il suo paese. Convinto ormai dell'assenza di margini di trattativa con l'ala dura del regime, Khatami è consapevole che i suoi due decreti (l'ultimo suo tentativo «istituzionale» di riformare dall'interno il regime islamico) presentati da tempo al Maglis, il parlamento iraniano, e irrispettosamente congelati per lungo tempo, sono comunque destinati a essere bloccati dal vertice conservatore, anche se una maggioranza riformista parlamentare li ha approvati. 

«Khatami non potrà e non dovrà sopportare tale umiliazione», dicono le fonti iraniane, «anche perché è cresciuto nel frattempo il numero dei suoi collaboratori, amici e consiglieri che invitano il presidente ad un atto clamoroso. Un gesto emblematico, tale da far capire alla base, a quella vasta maggioranza di iraniani che lo segue da oltre cinque anni, che non intende più giustificare la dittatura degli integralisti e restarne prigioniero". Le sue dimissioni e la sua assenza dalla scena politica iraniana in un momento travagliato e complesso come quello attuale porrebbero però diversi interrogativi. Il campanello d'allarme lo ha suonato lo stesso Khatami, all'indomani della sconfìtta dei riformisti nelle recenti elezioni amministrative, celebrate in Iran lo scorso 28 febbraio. Alle urne si era presentato poco più del 15 cento degli aventi diritto al voto. 

La capitale, fin qui la più grande roccaforte dei riformisti con i suoi 12 milioni di abitanti, è passata sotto l'amministrazione conservatrice a causa dell'assenza totale dell'elettorato di Khatami alle urne: un astensionismo di proporzioni inimmaginabili per la repubblica islamica, giudicato dalla totalità degli analisti come il più eloquente segnale di distacco tra la base e il vertice del riformismo in Iran. «Quando la gente avverte che le sue aspirazioni alla libertà non coincidono con l'operato di chi la governa», ha detto Khatami dopo il voto amministrativo, «quando la gente preferisce l'intervento dello straniero per cacciare il dittatore, come sta accadendo in Iraq, ciò vuoi dire che il campanello d'allarme ha già suonato. Le recenti elezioni hanno evidenziato la delusione della gente nei confronti della classe politica del paese». 

La sconfitta elettorale dei riformisti ha inoltre accentuato le profonde divergenze nate nello stesso movimento riformista che si era sviluppato intorno alla figura di Khatami, noto come il movimento del 12 Khordad, con riferimento alla data della sua trionfale elezione alla presidenza della repubblica islamica. I maggiori partiti riformisti che aderiscono al movimento - cioè il Mosharekat guidato dal fratello del presidente, Ali Reza Khatami, oppure il Mujàhidin della rivoluzione islamica - che ha fra i suoi leader Hashem Aghajari, recentemente condannato a morte dal tribunale islamico della città di Hamadan, reo di aver invocato la riforma protestante della religione islamica - oppure l'agguerrito movimento degli studenti iraniani, famoso come l'Ufficio del rafforzamento dell'unità - parlano ormai linguaggi profondamente diversi. 

Lo stesso vale per i grandi intellettuali, accademici, giornalisti e personaggi «indipendenti» che sono considerati gli ideologi del nuovo corso riformista del paese, a cominciare dal filosofo Sorush, teorico della separazione dell'islam dalla politica, dallo stesso Aghajari, che si batte per riformare l'islam dalle radici, e da Ghangi, che dalla prigione ha scritto il nuovo «manifesto» del riformismo. Il più evidente segnale della disgregazione del movimento del 12 Khordad all'indomani della sconfitta elettorale dei riformisti è stato l'uscita del movimento degli studenti dal cartello dei riformisti. Gli studenti, avanguardia progressista del movimento, chiedono apertamente a Khatami di uscire dall'ambiguità e chiarire definitivamente la propria posizione rispetto al clero conservatore e rispetto alla Guida della rivoluzione. 

Pressioni su Khatami provengono inoltre dagli stessi ambienti del clero che hanno vecchi conti non saldati con Khamenei; non ultimo, l'anziano ayatollah Montazeri, per anni segregato nella sua casa nella città santa di Ghom, o {'ayatollah Taheri, imam dell'influente moschea di Isfahan, che si è dimesso dalle sue funzioni in aperta polemica con la Guida della rivoluzione. 

2. Khatami deve insomma fare i conti non solo con la sua base elettorale, che lo ha già abbandonato, accusandolo di non aver concluso nulla di sostanziale nel I 87 corso della sua permanenza al vertice della repubblica (la sua prima elezione risale al 1997) e di non essere stato in grado di mantenere le sue promesse. Dal 1989, quando oltre 10 milioni di iraniani hanno seguito la bara dell'ayatollah Ruhollah Khomeini fino alla sepoltura nel cimitero di Behesh-e-Zahra, la repubblica islamica ha subito profondi mutamenti, e non sempre nella direzione evocata dalla sua gente e dalla sua leadership. 

L'economia del paese è ancora strettamente legata alla monocoltura petrolifera, soggetta alle paurose oscillazioni del mercato mondiale del greggio. Il 60 dell'economia del paese è rigidamente controllato dallo Stato e un altro 10-20 è nelle mani di enti che rispondono esclusivamente alla Guida della rivoluzione. L'inflazione marcia tuttora intorno al 17-20 e il numero dei giovani che si presentano ogni anno sul mercato del lavoro supera la quota di 1 milione e 800 mila unità, mentre i disoccupati sono oltre 3 milioni e 200 mila, con il rischio che aumentino a 7-8 milioni nei prossimi anni. Le ultime stime parlano della presenza di oltre 2 milioni di tossicodipendenti in Iran, di 200 mila bambini abbandonati nelle grandi città e di 300 mila donne che si prostituiscono. Una società in piena trasformazione e profondamente in crisi. 

Soprattutto, lontana anni luce da quella che il clero islamico ha cercato di plasmare con la sua rivoluzione e con la sua gestione del potere. Khatami è costretto però a confrontarsi anche con le diverse posizioni scaturite nel frattempo all'interno del suo stesso movimento. In linea generale, il riformismo iraniano si divide oggi tra chi suggerisce il ritorno alla base sociale del movimento, rinunciando quindi alle cariche istituzionali; chi crede invece che una permanenza negli organi della repubblica sia ancora utile per riformarli e per battere le rigidità costituzionali, come il Velaiat-e-Faghih, la norma costituzionale che concede il diritto di veto alla Guida della rivoluzione; e chi insiste a voler percorrere ancora la via del compromesso con i conservatori per non far precipitare la situazione e per non provocare uno scontro frontale con la base, che inevitabilmente sfocerebbe nella guerra civile.

L'ultimo messaggio di Khatami alle anime eterogenee del riformismo iraniano avvertiva che il tempo politico a disposizione sta per scadere: un avvertimento alla base riformista, ma un monito ancora più eloquente alla Guida della rivoluzione e alle frange più estremiste del regime islamico. E probabilmente non è stato un caso che il campanello d'allarme è suonato nel pieno di una crisi internazionale e con la macchina bellica americana alle porte dell'Iran. Comunque non si è trattato di un ricatto e neppure di una mossa puramente tattica. Il segnale di un rabbioso distacco (astensionismo) delle masse dalla linea del leader riformista è percepito come un forte segnale premonitore, come del resto lo è la volontà dei conservatori di sabotare le sue riforme (bocciatura dei decreti presidenziali).

A Khatami non resta altra via che lasciare la carica di presidente della Repubblica per riguadagnare credibilità politica e per impedire l'ulteriore radicalizzazione dello stesso movimento riformista. Ma anche questa sarà una strada piena di altri e nuovi ostacoli e potrebbe condurlo in vicoli ciechi ancora più insidiosi.

3. Tra le diverse ipotesi sul dopo-Khatami una potrebbe essere la scelta del presidente dimissionario di mettersi alla testa dell'opposizione al clero conservato-re, proponendo altri strumenti di lotta e altri mezzi, non necessariamente tutti conformi alla «costituzione islamica». Tale prospettiva, tuttavia, non garantirà del tutto una pacifica dialettica politica, anche perché sono già in corso nel paese i primi preparativi da parte dei conservatori per reprimere eventuali moti di piazza, con lo spostamento dei pasdaran della rivoluzione nelle grandi città e con la formazione dei nuclei antisommossa nei centri nevralgici. 

Sarà quindi la stessa ala dura del regime a provocare la violenza e a creare tensioni, sentendosi definitivamente liberata dalle critiche e dai condizionamenti fin qui posti dall'esecutivo riformista. Ma non è neppure detto che la base stessa del riformismo accetti di nuovo la leadership di Khatami, che voglia seguire ancora le sue direttive. 

Una seconda ipotesi sull'Iran post-Khatami condurrebbe direttamente il paese ad una nuova rivoluzione, sanguinosa, violentissima e dagli sbocchi assolutamente imprevedibili. Con Khatami sconfìtto che abbandona la politica per leccarsi le ferite nel chiuso della moschea o delle scuole teologiche (ipotesi verosimile), il paese viene consegnato nelle mani dell'ayatollah Khamenei e dell'ex presidente Rafsanjani, l'eminenza grigia della repubblica islamica: i due avranno un paio di mesi a disposizione per indire nuove elezioni presidenziali (ma si rischia un astensionismo ancora più elevato) e intanto governeranno il paese con il pugno di ferro: una situazione paradossalmente simile a quella vissuta dall'Iran durante l'agonia del passato regime monarchico. 

Ma la rivoluzione del 1979, a cui hanno partecipato masse oceaniche e non violente sotto la guida del defunto ayatollah Khomeini, è irripetibile: Khatami non è Khomeini e l'Iran islamico non è l'Iran della monarchia Pahievi. E anche le condizioni geopolitiche della regione sono nel frattempo profondamente mutate. Chi guiderà le piazze in rivolta? Gli intellettuali e i leader riformisti in carcere, presunti e potenziali Mandela iraniani? Ma le piazze iraniane potrebbero anche essere riempite dai nostalgici fìlomonarchici, dalle masse che invocano i marines salvatori, dai marxisti e dai laici, dai disoccupati e dai disperati, tutti con un unico obiettivo: abbattere il regime dei mullah, «per respirare». 

Quale leader riformista, dentro o fuori le carceri, sarà in grado di sintetizzare esigenze e obiettivi così contrapposti? Ma le piazze potrebbero essere anche strumentalizzate dagli infiltrati del Mujahidin Khalq, un gruppo armato d'opposizione, che ha potuto contare per anni sull'ospitalità di Saddam Hussein in Iraq e sulla propaganda dei suoi seguaci in Europa e negli Stati Uniti. E, infine, chi garantisce che l'America resterà a guardare la conclusione di tutto questo senza intervenire? Nell'ottica di Bush, la repubblica islamica iraniana fa ancora parte dell'asse del Male. Un'eventuale guerra americana contro l'Iran non è stata soltanto presa in considerazione dagli studi strategici del Pentagono, ma è stata anche più volte simulata secondo i piani del Millennium Challenge 2002

Gli Stati Uniti potrebbero anche non essere interessati ad una guerra totale contro l'Iran (ipotesi comunque inverosimile), ma questo non esclude che cacciabombardieri americani colpiscano alcuni obiettivi strategici in Iran (la centrale nucleare di Bushehr, le industrie petrolifere nel Kusistan, ma anche le basi militari considerate dalla Cia siti di addestramento per i terroristi) per indebolire il suo regime, renderlo vulnerabile e incoraggiare il popolo alla ribellione (prospettiva verosimile). 

Di certo l'amministrazione Bush non farà nulla perché Khatami resti al suo posto, malgrado gli innumerevoli segnali di avvicinamento partiti dall'entourage del presidente iraniano e indirizzati a Washington nella fase della preparazione della guerra contro l'Iraq. È stata assicurata in pubblico la massima «correttezza» nei confronti degli Stati Uniti e in privato, forse, anche qualche forma di sostegno. Ma questo non basta. Gli strateghi americani sono convinti che il processo politico in atto in Iran non produrrà nulla di utile per la strategia americana nell'area mediorientale. Non verrà meno a breve scadenza il sostegno iraniano agli Hizbullah libanesi, a Hamas e alla Jihad islamica palestinese, e non sarà modificata la politica ostile nei confronti dello Stato israeliano. 

Queste considerazioni sono state del resto alla base di un intervento dello stesso presidente Bush nella scorsa estate, quando ha esplicitamente detto che gli Stati Uniti intendono appoggiare direttamente le forze democratiche che si trovano fuori dalle istituzioni della repubblica islamica. Quindi, l'opposizione filoamericana in esilio e quella laica e liberale che è in fase di espansione in Iran. Khatami e i suoi uomini non facevano parte dei «miracolati» della Casa Bianca. Dal punto di vista americano, il regime degli ayatollah iraniani, compresi i suoi riformatori, è ormai un frutto marcio che cadrà al più presto. Ma non è detto che non si tratti di valutazioni dovute a un eccesso di sicurezza degli uomini dell'amministrazione americana. Dunque di vantazioni ingannevoli, se non semplicistiche.

[*Da i Quaderni Speciali di Limes - La Guerra promessa]


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