ORE 3.35 - È un giorno come tanti, l'ultimo
dell'inverno che volge al termine. È il 20 marzo di un anno moderno,
tecnologico, iperaccessoriato, scampato a conflitti mondiali, a pandemie
terribili, sopravvissuto alle carestie, a decine e decine di disastri ecologici.
È il 2003, l'uomo ha capito come clonare gli esseri viventi, la scienza
costruisce semi vegetali che respirano, i media internazionali raccontano la
vita della gente come fosse un film e mentono senza ritegno come in
un'abitudine.
Camminando lungo le vie delle metropoli occidentali si può
osservare come tutto quanto ci circonda ossessivo sia stato creato per aiutarci
a vivere meglio. Eppure, sedendomi al tavolino di un bar e bevendo un bicchier
d'acqua, dal sapore indefinibile, comprendo come non mi serva a nulla tutto
questo per sentirmi felice.
La felicità: che cos'è la felicità? E per chi è la
felicità? È per il singolo, non per la moltitudine. La felicità è un sentimento
egoista eppure così vitale, che investe il singolo. Nessuno Stato può progettare
la felicità di un popolo, è un obiettivo che va contro ogni logica.
È
mattino, molto presto, un terzo della popolazione del Globo terrestre dorme, un
terzo si sta svegliando per ricominciare una giornata di lavoro ed impegni, di
strategie di sopravvivenza, ed un ultimo terzo prova a vivere come normalità un
ennesimo giorno ingrato, difficile.
La mia stanza è imbavagliata nel sonno,
sospesa in un limbo etereo, impalpabile, abitato dalle chimere della mia mente
abbandonata al riposo. Ignoro i bagliori ferruginosi, le onde d'aria gommose, il
vento bellico.
A Baghdad suonano le sirene, la gente si sveglia alle radici
dell'alba, terrorizzata. La spada di un Dio sconosciuto sta arrivando. È la
democrazia, dicevano poche ore prima nei ristoranti, lungo le vie del centro. È
la giustizia che ci verrà a salvare. Saremo liberi, liberi..., liberi
dall'embargo, dalle torture, dalla fame. Lavoreremo, impareremo a desiderare
"cose".
Ecco, sta arrivando il Paese difensore dei deboli, il falco alato
che difende la libertà nel mondo, che detta le leggi dell'equità, che spazza via
tutti i soprusi, che decide a chi togliere e a chi dare la felicità. Nel cielo
volteggia come un giustiziere un intero Paese, tronfio d'orgoglio, che sceglie a
priori chi è il buono e chi è il cattivo. Se arriva qui, dicevano nei piccoli
supermercati, di fronte ai banconi della frutta, sarà perché meritiamo la
felicità, quella dorata, aurea e lucente felicità che in occidente chiamano
benessere.
Il benessere. Che prezzo ha il benessere? Quanto ci
costerà?
Qualcuno è sollevato, forse potrà realizzare i propri sogni,
comperare una casa, avere un lavoro dove non ti sfruttano, mangiare, comperare
medicinali per i propri figli, viaggiare. Altri piangono, sommessamente, altri
ancora non dormono da giorni e ascoltano la sirena come la liberazione del
laccio emostatico dopo il prelievo del sangue dall'avambraccio. Il sangue scorre
nelle vene roboante, tellurico, vischioso di rabbia e sgomento.
Sembrava una
mattina come le altre. L'unica certezza che si ha, a volte, è che sorge il sole,
come se nulla fosse cambiato tutto intorno.
Il cielo Tuona, eppure si vedono
le stelle, appannate dall'alba nascente. Un rombo e poi ancora tuoni, cupi,
sordi, plumbei. Ecco gli amici, arrivano, scaricheranno le loro buone azioni
sulle teste di noi povera gente, di tanti "nessuno" che cercano di vivere come
tutte le persone del mondo, ma è per il bene di un popolo, di questo popolo che
ha una storia millenaria ma che nessuno conosce.
La libertà. Che cos'è la
libertà?
È ancora mattino. Ho appena acceso il computer e mi sono collegata
ad Internet. Fuori splende il sole, ma ho come un cupo peso d'angoscia nel
cuore. Mi tremano le mani, mi sento la gola annodata.
A Baghdad è iniziata
una guerra che nessuno voleva, che non porterà la felicità, che poco ha a che
vedere con la libertà e la democrazia. Gli Stati Uniti stanno violando le leggi
internazionali: dopo questa guerra, quanto sarà sicura la Terra? Chi
bombarderanno allora? I media d'informazione continuano a mentire, a raccontare
frottole accomodanti, che lavano la coscienza. Mi sento triste, rancorosa.
Confusa. Non ho potuto fare niente, io, dal piedistallo del mio benessere, dalla
torretta protetta della mia saccente libertà.
Ti svegli una mattina, di
primavera, e ti senti inerme, impotente di fronte a tanta stupidità, a tanta
arroganza occidentale. La primavera, coi suoi germogli e l'aria addolcita, si
affaccia su di un pianeta Terra apparentemente silenzioso. Se guardi dallo
Spazio la Terra sembra ruotare muta, tranquilla. Nello Spazio non c'è suono. Da
lassù si osserva la vita umana come dipanata dentro ad un film muto di inizio
'900. Eppure, se ti avvicini, vedi l'Inferno, così com'è rappresentato nei
nostri più freudiani incubi notturni.
Non c'è bisogno di morire per
ritrovarsi tra le fiamme dell'Inferno: oggi l'Inferno è questo tentacolare e
subdolo Impero, che non ti concede la possibilità di lavorare, che non ti
permette di costruirti la tranquillità, che ti ruba il pudore, i diritti, la
dignità, che fa le regole e poi le infrange con regole nuove, che ti umilia, che
manipola la Vita per la felicità di appena qualche singolo.
[*Da Ocurréncia
del 20/3/2003]