Non abbiamo altra opzione che stare con gli americani, con
qualche sottile distinzione. Ma gli argomenti allineati da Washington per
giustificare la liquidazione di Saddam sono discutibili. La questione delle
basi Usa in Italia.
1. Morire per Danzica? Fu l'interrogativo che si pose alla generazione dei
nostri padri in quei terribili anni Trenta, quando le dittature dilagavano in Europa e l'unica scelta rimasta alle grandi democrazie era quella fra una guerra non voluta e la continuazione di una vergognosa politica di concessioni che aveva già abbondantemente dimostrato la sua completa inefficacia. La risposta fu alla fine positiva e si trattò di una risposta difficile e sofferta. Per quanto giusta e nobile sia la causa nessuno ama lasciare la famiglia per combattere e morire a vent'anni.
Morire per Danzica? In differenti termini l'interrogativo ci si ripropone anco-ra - è proprio vero che ogni generazione ha la sua guerra! - in questo confusissimo momento storico in cui il terrorismo è assurto con un solo
colpo al rango di minaccia capace di impensierire il mondo intero ed ove da mesi la comunità internazionale vive condizionata dall'attesa di una guerra incessantemente annunciata. Un conflitto che però per molti aspetti rimane
appieno nell'indistinto limbo dell'incertezza e di cui è difficile comprendere, al di là delle lacunose ed a volte anche devianti dichiarazioni ufficiali, origini, motivazioni ed obiettivi. La mancanza di comprensione genera così
indecisione, rendendo difficile esprimere agli americani e agli inglesi - gli unici che appaiano del tutto impermeabili al dubbio - qualcosa che vada al di là della solidarietà generica imposta dai trattati... e dai reciproci rapporti di potenza!
Per il momento l'unica cosa sicura rimane il fatto che in buona parte del mondo, e soprattutto nell'Unione Europea, sono ancora molto pochi coloro che si dichiarano disposti a morire per disarmare l'Iraq. Forse noi europei siamo stati viziati da questi ultimi sessant'anni di storia. O forse i millenni in cui peste, fame, morte e guerra hanno afflitto insieme il nostro continente hanno finito col vaccinarci contro un certo genere di avventure.
O forse siamo ormai soltanto un popolo di vecchi, incapaci di rischiare il cambiamento, e non vi è cambiamento maggiore della guerra. O forse, infine, aggrappati ad un ultimo barlume di razionalità e di buonsenso, rimaniamo inguaribilmente scettici allorché si cerca di coinvolgerci in un conflitto senza
aiutarci però a comprendere perché esso sia indispensabile.
2. Capire. È questo ora il nostro più pressante imperativo.
Capire perché Saddam sia da considerare come "il cattivo" per il fatto che l'Iraq probabilmente detiene armi di distruzione di massa mentre non lo sono altri paesi dotati di ben più estesi e pericolosi arsenali.
Perché l'Iraq e non la Corea del Nord, orgoglioso reo confesso? O l'India ed Israele, potenze nucleari riconosciute che pure non rientrano nel novero di quelle previste dal Trattato di non proliferazione? O il Pakistan, che ha ormai più di trenta ordigni ed è più prossi-mo di ogni altro paese alle tentazioni
dell'estremismo islamico militante? O lo stesso Egitto, da sempre un buono per antonomasia, ma che pure da anni rifiuta ostinatamente ogni ipotesi di disarmo ponendo in confronto la propria situazione con quella israeliana e sostenendo, con qualche ragione, che "biologico e chimico sono il nucleare dei poveri"?
Capire. Capire quali connessioni reali esistano fra le organizzazioni islamiche estremiste, in particolare al-Qaida, ed il regime iracheno. Domandarsi perché, unico sino a questo momento fra gli Stati canaglia,
l'Iraq sia considerato così coinvolto nell'offensiva terroristica da rendere indilazionabile una sua immediata e completa debellatio. Comprendere se si tratterà di un caso unico o se invece stiamo solo per spuntare il primo nome di un elenco. Con tutti gli ulteriori interrogativi riferiti all'ordine di successione di eventuali altri Stati inseriti nella lista che potrebbero sorgere a questo punto.
Capire. Capire quale sia la molla che muove gli americani, rendendoli impermeabili alla discussione.
Che trasforma la progressione verso la guerra in fenomeno inarrestabile ed irreversibile. Scelta di sentimento o scelta di ragione?
Tentativo di ritorno impossibile ad uno stato di totale sicurezza? O qualcosa di più articolato, di estremamente complesso, ove confluiscono parecchie differenti motivazioni?
Capire. Capire quale utilità ci sia in un cambiamento orribilmente traumatico che investirà tutto il mondo, sia pure con gradi e sfumature diverse da area ad area. Chiedersi chi ne beneficerà e se ne trarremo del danno o dell'utile, ed in quale misura. Domandarsi altresì chi ci compenserà i danni, o se
non è magari il caso di essere disposti ad accettare anche un eventuale saldo negativo.
Capire. Capire quale sia il vero punto di arrivo di tutto il piano, di tutto il processo. Se esista un disegno strategico o, ancora meglio, una visione di un possibile ordine futuro dietro eventi che si concatenano l'uno all'altro, giorno
dopo giorno, senza che sia ancora possibile intravedere la trama dell'ordito. E soprattutto quale sia il ruolo che ci viene riservato in questo ipotetico domani.
Ruolo di protagonisti? O addirittura di comprimari nel caso, per il momento remoto ed aleatorio, in cui l'Unione Europea riesca a concretizzare un'adeguata politica di sicurezza e di difesa? Ruolo di antichi e fedeli compagni di strada, pronti ad esprimere di nuovo quella totale solidarietà già pubblicamente ed invano annunciata dalla Nato il 12 di settembre dello scorso anno? O magari un ruolo sussidiario, basato su quella nuova idea secondo cui da ora in poi gli Stati Uniti si prenderebbero cura soltanto della parte attiva della guerra,
lasciando agli europei il compito del successivo "nation building"? O infine solo un ruolo di satelliti, più o meno stabilmente inseriti nell'orbita Usa e nel secolo dell'impero americano?
Interrogativi su interrogativi. Domande su domande. Incertezza che si somma all'incertezza, senza che da Oltreoceano giungano quei chiarimenti che in simili situazioni, sembrerebbero, più che logici, dovuti. L'incalzare degli avvenimenti fa oltretutto sì che non vi sia più spazio per attendere ulteriormente. Nell'assenza di precise risposte da parte dell'America siamo quindi noi che dobbiamo andare a cercare la risposta ai nostri quesiti nel
tentativo di comprendere che cosa ci sia realmente al di là del velo. Anche perché presto saremo chiamati a scegliere ed è opportuno che le nostre decisioni siano adottate non unicamente sotto la spinta di reazioni emotive, o
della personale adesione a schieramenti ideologici che rischiano di rivelarsi ogni volta più superati ed inadeguati,
bensì nella piena conoscenza dei fatti e nella condivisa consapevolezza degli obiettivi che intendiamo conseguire.
3. Quindi perché un'ipotesi di guerra? E perché un'ipotesi di guerra contro l'Iraq?
Nel tempo a queste domande sono state date da diverse fonti parecchie e differenti risposte, tutte abbastanza logiche e tutte almeno parzialmente valide. Nessuna di esse è però risultata del tutto soddisfacente.
Cominciamo dalla prima ipotesi, la più semplice, quella che ancor oggi rimane la versione ufficiale degli Stati Uniti. Per gli Usa: "La guerra è indispensabile perché la dittatura di Saddam Hussein ha trasformato l'Iraq in uno
Stato canaglia che fornisce costante supporto al terrorismo internazionale, in particolare ad al-Qaida. I trascorsi del dittatore, nonché il fatto che egli disponga di armi di distruzione di massa, fanno altresì pensare che Saddam
possa prima o poi essere tentato di cedere ordigni nucleari, biologici o chimici ai movimenti terroristici. O di utilizzare le capacità di ricatto implicite al possesso di tale tipo di armamento per appoggiarne l'azione". Tutto
vero, probabilmente, anche se molti punti dell'assunto rimangono da dimostrare. Il supporto fornito da Baghdad al terrorismo è stato infatti sempre esclusivamente indirizzato verso quei movimenti palestinesi la cui azione può
essere classificata, a seconda della colorazione politica dell'osservatore, tanto come terrorismo che come parte integrante di una guerra di liberazione. Non sono invece mai stati provati contatti diretti di al-Qaida con gli
iracheni. O perlomeno le prove di tali contatti non sono mai state
rese pubbliche. L'unica indicazione in tal senso - e si tratta di una indicazione indiretta -proviene dalla morte del capo terrorista Abù Nidal, trovato assassinato nella sua casa di Baghdad alcuni mesi fa. Un
regolamento di conti che in una situazione come quella irachena può avere avuto luogo soltanto con l'approvazione del regime. E per di più di un regime che abbia ritenuto conveniente sostituire il proprio "responsabile di settore" con qualcuno di più forte, più efficace, più adeguato ai tempi. Osama bin
Laden? Verrebbe quasi voglia di rispondere di sì, ma si tratta unicamente di una possibilità. Parimenti da provare è inoltre il punto cen-trale del contendere. Ovverosia la detenzione da parte dell'Iraq di armi di distruzione di massa e dei relativi vettori, in palese violazione degli impegni assunti al termine della
guerra del Golfo e delle relative risoluzioni delle Nazioni Unite. Il fatto che sino ad ora non siano state esibite prove non significa che Saddam non disponga di materiali proibiti. La probabilità che egli abbia ancora armamenti nascosti con tale cura negli anni di sospensione forzata delle ispezioni da risultare per
il momento irreperibili rimane invece fortissima. Un conto è però saperlo, o esserne convinti. Un altro essere in condizione di provare quanto si afferma. Si tratta di una difficoltà grave, con cui si scontrano giorno dopo giorno gli americani, incapaci di fornire su questo fondamentale argomento l'assoluta certezza di cui l'opinione pubblica mondiale ha bisogno per poter accettare l'idea di una guerra. Anche il rapporto inglese presentato tempo fa alla stampa con gran battage pubblicitario si dilungava molto, ed in maniera molto ben documentata, sulle atrocità commesse dal regime iracheno; non riusciva tuttavia ad essere altrettanto convincente nel ristretto numero di pagine dedicato agli armamenti proibiti.
Una seconda teoria imputa la risolutezza degli Stati Uniti, nonché la loro decisione di procedere senza indugi alla punizione del reprobo, al desiderio americano di accelerare al massimo il consolidamento di quel nuovo ordine
mondiale che si sta già affermando. Esso sarebbe basato essenzialmente sulla incontestata centralità degli Usa, unica superpotenza e quindi perno della comunità internazionale nonché fonte di una politica strutturata per
sopperire alle loro necessità ed andare incontro ai loro desideri. In questa riveduta visione del mondo, che si vorrebbe augustea, una chiara dimostrazione di come l'impero sia in condizione di imporre la propria pace quando
e dove vuole risulterebbe determinante per superare le ultime opposizioni interne ed esterne. Accelerando in tal modo un processo che sarebbe nel medesimo tempo di presa di coscienza e di trasformazione. Una tesi
affascinante e che certo ha ipnotizzato qualcuno fra i più decisi falchi del Pentagono. Essa ha comunque il difetto di risultare eccessivamente semplicistica e di non tenere conto di come chiunque voglia gestire un impero debba
essere disposto a pagare in continuazione, in oro ed in sangue, il prezzo della propria ambizione. Una regola aurea che gli inglesi di Kipling conoscevano benissimo ed accettavano con serenità; che non sembra invece
assolutamente adottabile da parte di un paese che pretende di fare guerre, ma di farle senza perdite, e di pagare poi i conti con i soldi arabi, europei o giapponesi.
La motivazione del conflitto - è questa la terza delle Ipotesi - potrebbe poi consistere anche nel desiderio americano di controllare il petrolio iracheno. Gli Usa finirebbero così col disporre di un accesso privilegiato a tutte
le risorse della Penisola arabica e della zona del Golfo, mentre l'Europa sarebbe progressivamente costretta a scivolare verso aree marginali e meno ricche di greggio. Qualcuno parla dell'Africa, altri dell'Asia centrale. La tesi
è bella, nonché ben documentata dal punto di vista della geopolitica e dell'economia; per di più assume anche il fascino della
science fiction allorché vengono formulate ulteriori ipotesi basate sui legami della famiglia Bush con
l'industria petrolifera americana. Peccato però che essa risulti del tutto insufficiente, nonostante gli elementi di verità che contiene, a giustificare da sola avvenimenti delle dimensioni di un conflitto.
Quarta ipotesi. Il presidente americano è in grave difficoltà interna in questo momento di forte recessione economica. Nell'attesa che il ciclo negativo termini si trova quindi costretto a mantenere un alto livello di tensione internazionale per conservare la propria popolarità intatta sino alle elezioni del prossimo anno. Una situazione che è tra l'altro analoga, se non eguale, a quella che oggi affligge il premier britannico. Si spiegherebbe così il parallelismo pressoché perfetto fra l'atteggiamento inglese e quello americano. Oltretutto un conflitto costituirebbe, secondo l'opinione di molti, l'innesco migliore per il rilancio dell'economia. Lo sostenne anche, ai tempi della guerra del Vietnam, il famoso saggio Rapporto da Iron Mountain o sulla desiderabilità della guerra, uscito
anonimo ma concordemente attribuito all'economista John K. Gaibraith. Anche in questa tesi c'è qualche elemento di verità: il trucco di evidenziare nemici esterni per far dimenticare difficoltà di altro tipo funziona sempre, pur trattandosi del trucco politico più vecchio del mondo!
La quinta tesi è una tesi di cui esistono due versioni, l'una diffusa nel mondo occidentale mentre l'altra affascina quello islamico. Anche se non sono perfettamente eguali esse si integrano fra loro armonicamente. La versione occidentale è centrata sul fatto che la sparizione dalla scena mediorientale della dittatura di Saddam, ponendo le basi per un nuovo equilibrio della intera area, agevolerebbe altresì la conclusione dei sospirati accordi di pace, o almeno di pacifica convivenza, fra israeliani e palestinesi. Israele finirebbe quindi con l'essere uno dei grandi
beneficiari di un eventuale conflitto. La versione islamica è invece quella, notissima, che parla di una "congiura di crociati ed ebrei contro la comunità dei credenti". Pur trattandosi chiaramente di una tesi assurda, suona estremamente allarmante il fatto che i più recenti sondaggi abbiano indicato come nel mondo islamico essa sia condivisa da più del 60 degli interpellati. Un dato che forse non depone a favore della razionalità degli intervistati ma che comunque la dice lunga sui loro sentimenti.
Procedendo, entriamo infine in un'area particolare che conferisce grande importanza a motivazioni di carattere essenzialmente psicologico. La prima tesi che rientra in tale area (sesta dell'elenco complessivo) è quella che interpreta il conflitto come un atto indispensabile per placare, con una reazione di livello adeguato all'offesa ed al danno ricevuto, il bisogno americano di vendicare l'attacco alle Torri Gemelle. Una vittoria clamorosa sarebbe indispensabile per permettere ai cittadini degli Stati Uniti di superare
definitivamente lo shock dell'ag-gressione... e magari anche per consentire loro di illudersi di poter riprendere di nuovo a vivere in pressoché completa sicurezza.
La seconda tesi dell'area psicologica (settima dell'elenco complessivo) è quella, notissima, che imputa al
presidente Bush ed al suo entourage il desiderio di chiudere definitivamente i conti con l'Iraq anche per portare a termine quanto non riuscì a Bush padre con la sua Tempesta nel deserto. Si tratta di una versione che puzza molto di fumettone psichiatrico o di film di serie B (figlio sempre sottovalutato che dimostra al padre il proprio reale valore, riuscendo ove egli ha fallito. E per di più utilizzando i medesimi collaboratori. Sullo sfondo madre che singhiozza di commozione pronta a precipitarsi a stringere ambedue sul cuore nel medesimo abbraccio). Si tratta di un approccio che trascura il fatto che Bush padre decise di fermarsi basandosi su considerazioni di Realpolitik ancora oggi pienamente valide. Chiunque voglia liberarsi di Saddam è infatti sempre costretto a cercare di elaborare formule magiche che consentano di
annullare il dittatore ed il suo regime senza però porre a rischio quell'unità dell'Iraq indispensabile per tutti i possibili equilibri di potere non solo del Medio Oriente ma anche della Penisola arabica e dell'area del Golfo.
Questo elenco delle "ragioni per cui" è di sicuro ben lungi dall'essere completo. Dovrebbe però risultare sufficiente a fornire un'idea abbastanza chiara della complessità delle motivazioni di un potenziale conflitto. Da sottolineare come, mentre ogni ipotesi presa da sola non riesce a giustificare l'inesorabile deriva verso la guerra, il loro insieme complessivo costituisca un innesco micidiale ed irresistibile ove razionale ed irrazionale, sentimento ragione ed ideologia si mischiano in maniera del tutto inestricabile.
4. Guerra come cambiamento, come operazione complessa che si integra nella politica, che è politica e che diviene elemento condizionante della politica.
Guerra come mezzo estremo per cambiare uno stato di cose, dopo che tutti gli altri tentativi sono andati a vuoto. Guerra come "ultima ratto regum, e quindi quel tipo di guerra che è indicata anche come "guerra costituente" in
quanto è attraverso il conflitto che si definiscono ed impongono le condizioni di un nuovo equilibrio globale e regionale. Ma un equilibrio orientato in quale maniera? Un'idea che ricorre in ambito americano è quella
relativa al fatto che esistono certo controindicazioni connesse all'ipotesi di una guerra contro Saddam. Esse sono
6 però di gran lunga inferiori a quelle relative all'ipotesi di continuare ad attendere, evitando di scatenare un conflitto contro l'Iraq in questo momento. Un ragionamento che non fa una grinza, ma solo se rimane limitato unicamente agli Stati Uniti, assumendo invece ben diverse connotazioni allorché riferito ad altri protagonisti del medesimo dramma, che abbiano però differenti collocazioni
politiche, geografiche, etniche e religiose. Ed è qui che sorge il nostro problema. Quello europeo, se desideriamo mantenere una visione più ampia delle cose. Quello italiano, se preferiamo invece restare confinati nel più ristretto
ambito na-zionale.
L'Unione Europea attraversa ora un periodo affascinante e confuso, ricco di aspettative e possibilità ma allo stesso tempo carico di rischi. L'atteggiamento dei maggiori Stati dell'Unione è risultato sin all'inizio differenziato. Il governo inglese si è dichiarato immediatamente disposto ad una partecipazione attiva a tutti gli effetti, compreso l'invio di propri contingenti. Quello spagnolo e quello italiano si sono allineati sulle tesi degli Stati Uniti, evitando però di concedere agevolazioni che si spingessero al di là dei diritti di sorvolo. La Francia non ha escluso nessuna
possibilità, lasciandosi tutte le porte aperte per un'eventuale futura decisione ma mirando costantemente a mantenere il processo decisionale rigorosamente confinato nell'ambito delle Nazioni Unite. La Germania infine, condizionata dalle promesse elettorali del cancelliere e dalla necessità di mantenere i verdi all'interno della coalizione governativa, è apparsa molto poco disposta ad associarsi all'avventura sotto qualsiasi forma.
In ogni caso - e qualsiasi sia il tenore della loro decisione finale - i mèmbri dell'Unione Europea dovrebbero cercare di evitare ad ogni costo la vergognosa e controproducente corsa all'accordo bilaterale con gli Stati Uniti che ha caratterizzato i momenti immediatamente successivi all'll settembre ed il successivo avvio della Operazione Enduring Freedom. Corsa che si è tradotta in una fortissima perdita di credibilità, dimostrando quanto remota sia ancora la possibilità di reclamare per l'Ue un ruolo di sicurezza e militare al livello di quello che essa da decenni svolge in ambito economico.
5. Infine il caso dell'Italia e le domande per noi fondamentali. Che cosa ci conviene fare e perché? Quale
atteggiamento dobbiamo prendere? Cosa guadagneremo e cosa perderemo se ci sarà la guerra? Esiste qualche soluzione che ci consenta di massimizzare i profitti minimizzando nel contempo le perdite?
Da precisare innanzitutto il fatto che in circostanze difficili e gravi come questa la prima cosa di cui avremmo
bisogno sarebbe la capacità di esprimere una politica veramente nazionale. Che ci consenta cioè di stringerci tutti
insieme intorno alla bandiera una volta terminati i dibattiti ed adottata una decisione, facendo nostro quel motto
"right or wrong, my country" che è sempre stato la grandezza degli anglosassoni. Purtroppo l'Italia non ha una
tradizione di politica estera bipartisan, nonostante le speranze a suo tempo suscitate dall'Operazione
Alba e dall'intervento in Kosovo, destinati invece a rimanere nella nostra storia come esempi isolati ed unici di occasioni in cui maggioranza ed
opposizione abbiano saputo superare le loro divergenze in nome dell'interesse nazionale. Per di più al momento attuale non sembra che esistano le migliori condizioni perché tale miracolo possa ripetersi. La maggioranza è suddivisa in tre componenti che hanno come punti di riferimento l'una il livello regionale,
l'altra quello nazionale, la terza l'internazionale. Si tratta di una differenza di base che non potrà mancare di incidere sulla razionalità e solidità delle decisioni assunte, costringendo il presidente del Consiglio ad utilizzare tutta la sua influenza personale per mantenere l'unità della coalizione di centrodestra in caso di partecipazione italiana al conflitto.
Nel contempo, la coalizione di opposizione è ancora alle prese con una crisi di rinnovamento che sembra destinata a durare in eterno ed investe fra l'altro anche il problema dell'atteggiamento da assumere nei riguardi dell'uso della forza quale strumento di politica internazionale. Delle due componenti dello
schiera-mento minoritario, l'ala cattolica sembra in questo caso più avanzata di quella laica, grazie anche alle precise posizioni assunte dal papa negli ultimi travagliati dieci anni. Sì, innanzitutto, ad un eventuale "uso della forza giusta per arrestare la violenza ingiusta", ma soltanto come mezzo estremo e quando sono falliti tutti i possibili tentativi di soluzione pacifica. Sulla medesima linea, no alla guerra, considerata fenomeno tanto aberrante da indurre Dio a distogliere gli occhi dall'umanità. L'unica eccezione è costituita dal tipo di conflitto che la dottrina tomistico-agostiniana classifica come guerra
giusta. Quello cioè che risponde a diversi requisiti: che avvenga per gravissimo fatto ingiusto altrui, in cui i mezzi siano proporzionati all'offesa ed allo scopo da raggiungere, che eviti sofferenze inutili, che intervenga dopo tutti i possibili tentativi di accomodamento pacifico eccetera. Condizioni che ben
difficilmente saranno tutte soddisfatte nel caso di un eventuale conflitto contro l'Iraq.
Se la sinistra cattolica dispone già di una strada ben tracciata, perlomeno
nelle sue linee principali, la sinistra laica manca invece del tutto di punti di riferimento, apparendo divisa fra cento opinioni e mille distinguo. L'umore collettivo è in ogni caso quasi coralmente contrario alla guerra anche se ormai,
soprattutto a livello di élite, ci si rende ben conto di come non si possa continuare indefinitamente ad aggrapparsi a pregiudizi per buona parte puramente ideologici. A rifiutare cioè la realtà di un mondo che è cambiato moltissimo negli ultimi quindici anni ed ove l'uso della forza quale strumento della politica ha finito con l'assumere importanza ben maggiore di quella che aveva nel passato. Con la destra e la sinistra in queste condizioni è in ogni caso chiaro come sarà pressoché impossibile confluire in caso di conflitto
su una posizione bipartisan, qualunque essa sia.
La scelta più probabile sarà quindi quella, votata esclusivamente dalla maggioranza, di un allineamento almeno parziale sulle tesi e sui desideri americani. Magari per il tramite di una comune decisione Nato o di una posizione comune dell'Unione Europea, per quanto difficile ed improbabile quest'ultima possa apparire. In tal modo, e sempre che si riesca a mantenere la giusta misura, dovrebbe essere possibile non suscitare risentimenti Usa, che un paese come la Germania può di tanto in tanto permettersi ma che
invece avrebbero conseguenze molto pesanti nel nostro caso. Potremmo così conservare quel buon livello di rapporti con il mondo islamico essenziale per la pacifica convivenza in ambito mediterraneo e per il buon andamento
delle nostre relazioni economiche e commerciali. Il punto difficile consisterà semmai nello stabilire quale sia nella pratica la giusta misura dell'appoggio di ogni tipo da fornire all'alleato americano. Sul piano politico e su quello
diplomatico abbiamo già chiarito a tutti i possibili livelli che ci riteniamo vincolati a quanto sarà deciso dalle Nazioni Unite, che in questa occasione mostriamo di considerare quale l'unico soggetto dotato di potere
legittimante.
In questo ambito le difficoltà potrebbero quindi insorgere soltanto se, di fronte ad esitazioni o ritardi dell'Onu
considerati eccessivi, gli Stati Uniti decidessero di rompere gli indugi senza attendere la benedizione del Consiglio di sicurezza. In tal caso l'unica strada residua consisterebbe probabilmente nella ricerca di una decisione per
consenso del North Atlantic Council della Nato. Gli accordi firmati al vertice di Washington del 1999 conferiscono infatti all'Alleanza atlantica una capacità di decisione in materia di uso della forza che è completamente autonoma
anche se deve ispirarsi allo spirito della Carta delle Nazioni Unite, alla cui approvazione non è però in alcun modo vincolata. Una decisione che l'Italia a suo tempo condivise ma che non ebbe da noi molta pubblicità e che si tende
ora a dimenticare con facilità forse eccessiva.
Sul piano militare vero e proprio le difficoltà saranno probabilmente maggiori ed il dibattito di opinioni più aspro.
Nessun problema per quanto riguarda il superamento del primo gradino di coinvolgimento, cioè la concessione del
permesso di sorvolo agli aeromobili impegnati in azioni di qualsiasi tipo connesse al potenziale teatro di guerra
iracheno. Più complesso invece il tema della utilizzazione delle basi, su cui oltretutto esiste una grande confusione
pregressa. È quindi opportuno precisare innanzitutto come le basi che l'Italia ha concesso
negli anni agli Stati Uniti
siano basi che possono essere usate senza necessità di specifica autorizzazione soltanto sino a quando ciò avviene
per scopi istituzionali dell'Alleanza atlantica. Per qualsiasi altro tipo di azione l'utilizzatore (Stati
Uniti) necessita
di una autorizzazione ad hoc del concedente (Italia), che comunque mantiene sovranità piena ed incondizionata su
tutte le basi concesse in uso. Una situazione che anche gli Stati Uniti non comprendono a volte appieno,
ritrovandosi invischiati in episodi come quello di Sigonella.
La dottrina indica tre possibili atteggiamenti connessi alla eventuale
concessione di permessi di utilizzazione in
tempo di guerra. La prima è una scelta di neutralità, condizione che nel nostro caso viene però ad essere
automaticamente esclusa dalla già avvenuta concessione del diritto di sorvolo; la seconda è una scelta di non
belligeranza, che consente solo utilizzazioni particolari motivate dallo stato di necessità e limitate nel tempo; la terza infine è una
scelta che, consentendo all'alleato una utilizzazione incondizionata del bene dato in uso,
diviene a tutti
gli effetti belligeranza. La nostra scelta sarà probabilmente quest'ultima.
Non perché il conflitto sarebbe impossibile senza i materiali e le munizioni
stivati a Camp Darby, presso
Livorno, ma perché qualsiasi azione contro l'Iraq che non possa fruire di facilitazioni logistiche aeree e
navali nella penisola italiana diventerebbe molto più onerosa del previsto per gli Usa, penalizzandoli
tanto in ambito economico che in termini di tempi. Considerato quindi come la guerra debba essere
breve, per non permettere a possibili reazioni pericolose di svilupparsi appieno, e poco costosa, per
continuare a godere della necessaria popolarità presso l'elettorato statunitense, è difficile pensare che gli
Stati Uniti possano sorvolare su questo punto o evitare se del caso di esercitare tutte le pressioni
necessarie per convincerci. Gradevoli o sgradevoli che esse siano! Con tutta
probabilità essi non
insisteranno invece particolarmente per ottenere la partecipazione diretta al conflitto di nostri reparti.
Quel problema semmai ce lo porremo da soli, soprattutto se anche in questa occasione dovesse scatenarsi
una corsa dell'ultimo minuto all'accordo bilaterale. Ci troveremmo in quel caso di fronte ad un
ventaglio
di possibilità abbastanza ampio ed a soluzioni nettamente differenziate l'una dall'altra. Alla guerra di
Corea, per esempio, partecipammo con un ospedale da campo inquadrato nelle truppe delle Nazioni
Unite poste sotto il comando americano. Nella guerra del Golfo schierammo invece mezzi navali ed
aerei. In Kosovo eravamo anche disposti ad utilizzare unità dell'esercito per un eventuale scontro di terra
che poi per fortuna non ebbe luogo. Si tratta di tre ipotesi di impegno nettamente crescente, e non sono
le uniche formulabili.
Contro l'Iraq è probabile che si decida di utilizzare unità navali. Da un lato infatti il rischio connesso a
tale ipotesi è relativamente limitato. Dall'altro poi la coincidenza geografica e temporale di questa azione
con quelle già in corso cui partecipano, in Mediterraneo e nell'Oceano Indiano, navi ed equipaggi italiani
renderà molto difficile preservare una netta linea di separazione fra le differenti missioni e comprendere
da un certo momento in poi chi faccia cosa. Rimane invece molto difficile un'eventuale entrata in linea
dell'Aeronautica ed ancor più dell'Esercito. Per entrambi infatti il coefficiente rischio appare molto forte,
con l'unica differenza che la reale pericolosità della contraerea irachena potrà essere valutata soltanto
dopo le prime sortite mentre l'eventuale adozione da parte del possibile avversario di una tattica di
resistenza a morte nell'ambito dei centri abitati appare sin da ora destinata a produrre un livello di
perdite assolutamente inaccettabile. O perlomeno, anche se non inaccettabile in senso assoluto,
inaccettabile se confrontato con il prezzo che la nostra opinione pubblica appare
disposta a pagare in questa
contingenza.
6. Ci eravamo riproposti, all'inizio di questa analisi, di cercare di comprendere con chiarezza la situazione in
atto per essere poi in condizione di scegliere, fra le varie soluzioni possibili, quella più favorevole all'Italia. A questo punto però è
ben chiaro come non vi sia in realtà alcuna possibilità di scelta e la solu-zione possibile appaia una ed una
soltanto. Colpa nostra? In parte. Non può infatti esistere un ventaglio di opzioni se non lo si costruisce
pazientemente in tempo utile con una politica che faccia riferimento ad una visione strategica e si dipani
coerentemente attraverso i decenni. Se avessimo voluto godere della disponibilità di soluzioni diverse
avremmo quindi dovuto scegliere differentemente nel passato. Magari evitando di assumere decisioni che ci
hanno però consentito l'enorme vantaggio di fruire della sicurezza diretta ed indiretta derivante
dalla presenza
di forze statunitensi sul nostro territorio. Oppure interpretando in maniera diversa il nostro ruolo nell'ambito
della Alleanza atlantica, se non altro di quel tanto che bastasse a non farci più conoscere come "i bulgari della
Nato", con un chiaro riferimento alla condizione di completa dipendenza di Sofia dallo Stato egemone del
Patto di Varsavia. Ora è in effetti troppo tardi per ripensamenti e per scelte. Si può soltanto tentare di
mantenere gli occhi ben aperti e cercare di intravedere in anticipo quale sia il cammino obbligato che
dobbiamo percorrere. Se poi sarà possibile sgomberarlo in tempo utile da eventuali ostacoli è un fatto che
dipenderà soltanto in piccola parte dalla nostra buona volontà e dalle nostre capacità. Per buona parte, come al
solito, dovremo invece affidarci allo "stellone d'Italia".
(fonte: Limes - La strana guerra - n°1/03)