Interventi

:: La requisitoria Bocassini, l'autodifesa di Previti & C. ::

Bravi ragazzi
di Peter Gomez e Marco Travaglio*

La requisitoria di Bocassini, l'autodifesa di Previti. Tutte le carte dei processi Berlusconi-toghe sporche.Bravi Ragazzi - P.Gomez, M. Travaglio

Nel seguito la prefazione.

 Un altro libro che non dovrebbe esistere. Un altro libro che, in un paese normale, nessuno penserebbe mai di scrivere perché la televisione avrebbe già raccontato tutto a tutti, in diretta.

 Pensiamo all'inchieste su Bill Clinton negli Stati Uniti: e allora si trattava di una presunta falsa testimonianza su un'avventura extraconiugale. Pensiamo allo scandalo Kohl in Germania, e allora si trattava di fondi neri «soltanto» conosciuti, nemmeno maneggiati personalmente, dal fondatore della nuova Germania unita. Massima copertura su tutte le televisioni. Figurarsi se il capo del governo avesse dovuto rispondere, in un qualsiasi paese dell'Occidente, di corruzione in atti giudiziari: cioè di aver pagato giudici per comprare sentenze e portare via due colossi imprenditoriali a un concorrente. Manca la controprova di quel che sarebbe accaduto. Ma soltanto perché non s'è mai visto al mondo un personaggio gravato da simili accuse che abbia soltanto lontanamente pensato di candidarsi alla guida del suo paese.

 Sappiamo invece quel che è accaduto, quel che accade in Italia. Dal 1996 sappiamo che dai conti esteri di alcuni avvocati di Silvio Berlusconi sono usciti bonifici per svariati miliardi diretti ai conti esteri di alcuni giudici romani che a vario titolo si occupavano di cause a cui erano interessati Berlusconi e quegli avvocati. Che di nome fanno Cesare Previti, parlamentare da tre legislature ed ex ministro della Difesa (grazie al presidente Scalfaro, che nel 1994 gli impedii di diventare ministro della Giustizia mentre faceva rientrare clandestinamente miliardi dalla Svizzera, a mezzo di «spalloni»), Attilio Pacifico e Giovanni Acampora.

 Abbiamo visto questi signori urlare per anni al complotto, al colpo di Stato, alla guerra civile. Li abbiamo sentiti escogitare le versioni più fantasiose per quelle fortune accumulate illegalmente all'estero, in barba alla legge, al fisco, agli italiani che pagano le tasse. Li abbiamo sentiti smentirsi, correggersi, inventare racconti sempre più incredibili a mano a mano che quelli precedenti si infrangevano contro i documenti bancari. Li abbiamo visti approvare leggi alla velocità della luce per imporre ai tribunali di cestinare quei documenti bancari. E poi tentare l'impossibile - con ogni mezzo mediatico, politico e legislativo - per allontanare i pm che indagano su di loro e i giudici che li processano, per infangare i testimoni che li accusano, per cancellare i reati di cui sono accusati, per silenziare quel po' di informazione che ancora si occupa di questi fatti. 

Eppure persino questo paese, soltanto dieci anni fa, un minimo d'informazione, anche televisiva, la possedeva. I primi processi di Tangentopoli venivano trasmessi in diretta dalla Rai del pentapartito, del Caf. Il processo Cusani andò in onda integralmente su Rai!, ogni mattina: telecronista il direttore del Tg1, che non era Che Guevara, ma Bruno Vespa. Idem per i telegiornali Fininvest: a dirigerli Berlusconi non aveva chiamato due no-global, ma due socialisti di provata fede, Enrico Mentana (memorabile la sua prefazione alle videocassette antologiche sul processo Enimont, gentile omaggio per i lettori di Epoca) ed Emilio Fede (indimenticabili i suoi duetti con Paolo Brosio collegato giorno e notte dalla postazione volante davanti al palazzo di giustizia di Milano). Eppure Tg4 e Tg5 non fecero mancare una sola notizia, un solo avviso di garanzia, un solo arresto, un solo verbale (almeno finché non ci andò di mezzo il loro signore e padrone). 

Cosi si fa nelle democrazie quando politici, governanti, imprenditori, personaggi potenti e famosi finiscono sotto processo. Si informa l'opinione pubblica, senza tacerle nulla. E cosi è avvenuto, anche in Italia, persino in Italia, finché non è finito sotto inchiesta e sotto processo il ras dell'informazione. Da allora, black out. Salvo un paio di villaggi di Asterix che sfuggivano alla conquista, l'impero della televisione privata e pubblica - del Polo e dell'Ulivo - si diede una regola non scritta: non si parla più di corruzione-politica e mafia-politica. Io non parlo dei tuoi, tu non parli dei miei. E, nell'ultimo anno, anche quei due o tre villaggi di Asterix sono stati espugnati: via Biagi, via Santoro, via Luttazzi. Tant'è che sempre più spesso accade di sentire qualcuno che do-manda, sincero: «Processo a Berlusconi? Perché, c'è un processo a Berlusconi? Ma non l'avevano assolto da tutto?». Non l'hanno assolto quasi mai da nulla, come dimostra il prospetto riassuntivo che chiude questo libro. Ma quasi tutti credono che sia finita cosi, perché per otto anni gli è stata raccontata cosi. A reti unificate.

 Per questo abbiamo scritto Bravi ragazzi, per questo l'abbiamo intitolato cosi. Non per demonizzare: per informare. Chiusa questa prefazione, il lettore non troverà più un solo commento, un solo aggettivo: soltanto documenti, tanti documenti, perché ciascuno possa farsi un'idea dei due processi - Sme-Ariosto e Imi- Sir-Mondadori - che si stanno celebrando da otto anni a Milano, fra mille polemiche e chiacchiere e zero notizie e informazioni in televisione. Due processi che vedono imputati il presidente del Consiglio (nel primo, essendo uscito dal secondo grazie alla prescrizione), un deputato, tre avvocati, quattro ex magistrati e qualche loro amico e sodale. Due processi che sono ancora in piedi grazie a una pattuglia di giudici, pubblici ministeri e testimoni (soprattutto uno: Stefania Ariosto) con la schiena diritta, che non si sono lasciati intimidire dalle minacce né irretire dalle lusinghe di questi otto vergognosissimi anni. 

Due processi che ci restituiscono lo spaccato peggiore della nostra peggiore classe dirigente: magistrati, imprenditori, avvocati, giuristi, professori universitari, politici che accumulano fortune all'estero violando la legge, frodano il fisco per miliardi e miliardi, trafficano fra di loro pur operando tutti nella stessa sede giudiziaria, incuranti di quelli che - anche senza considerare l'ipotesi della corruzione - erano comunque macroscopici conflitti d'interessi. E poi mentono, mentono per la gola, inscenano pianti greci, inventano le scuse più inverosimili senza mai un'ombra di vergogna né di senso del ridicolo. I loro interrogatori sembrano gag di Totò e Peppino De Filippo, roba da pretura di Roccacannuccia. Renato Squillante lacrima per i risparmi della famiglia, portati all'estero perché «allora c'era l'inflazione al 22 per cento», sorvolando sul fatto che l'inflazione c'era per tutti e che lui, giudice, gli esportatori di capitali all'estero li doveva arrestare, non imitare.

 Pacifico, serafico, si proclama «tutt'al più evasore fiscale» e racconta di aver affidato le chiavi delle sue fortune a un portiere d'albergo. Idem Previti, che giustifica le telefonate a Squillante nei momenti topici dei processi con la necessità di concordare la formazione per i tornei di calcetto, e s'inalbera quando gli fanno notare che non pagava le tasse sulle parcelle Fininvest (come, si presume, non le pagava il proprietario della Fininvest, che oggi fra l'altro è presidente del Consiglio). Il giudice Filippo Verde spiega i versamenti sul suo conto svizzero con le spese di una fantomatica squadra di basket e con i prestiti che allegramente faceva a Pacifico, avvocato nel suo stesso distretto giudiziario, tallonato dai creditori del casinò.

 L'ex giudice Vittorio Metta (quello che poi lasciò la toga per dare una mano nello studio Previti) si appella a un'eredità, ovviamente non documentata e incassata all'estero, esentasse, grazie alla munificenza di un altro magistrato evasore fiscale. Tutti stupiti, questi bravi ragazzi, del moralismo dei giudici milanesi, che si ostinano a processarli. «Siamo persone oneste», dice Squillante. Scene che dovrebbero andare naturalmente in diretta televisiva, soltanto per la loro spettacolarità, per la loro audience assicurata, anche a prescindere da quelle trascurabili inezie che sono il dovere di informare e il diritto dei cittadini ad essere informati. Invece la cosiddetta informazione televisiva di queste quisquilie non parla più. 

Se ne occupano le televisioni straniere, con grande scandalo del governo e dei suoi house organ quando lo vengono a sapere (ultimo caso, nel dicembre 2002: un documentario della rete tedesco- francese Arte, seguito da telefonata inferocita di Berlusconi all'allibito premier francese Raffarin). Noi, in Italia, siamo ridotti ai libri, alle conferenze, alle piazze, ai teatri, insomma alla tradizione orale. Quando, con «Teatro civile», portiamo in scena lo spettacolo «Le carte dei processi» - attori che leggono semplicemente i verbali degli interrogatori di Previti, Berlusconi e Dell'Utri - la gente accorre, si diverte, s'indigna e alla fine domanda: «Vi siete inventati tutto, vero?».

Ci piacerebbe tanto. Ma è tutto autentico, tutto testuale. Come i documenti che pubblichiamo in questo libro. Peter Gomez e Marco Travaglio P.s. I documenti contenuti in questo libro sono tutti testuali, anche se per ragioni di sintesi sono stati accorciati. Ogni parte mancante è indicata dal segno [...]. La reuisitoria di llda Boccassini e gli interrogatori di Previti, Pacifico e Sguillante sono stati trascritti da un'agenzia specializzata per conto del Tribunale di Milano. Abbiamo lasciato gli inevitabili errori del linguaggio «parlato», che gli conferiscono freschezza e vivacità. Tutti i titoli e i titoletti che inframmezzano il testo sono nostri.

(*Bravi Ragazzi - Peter Gomez, Marco Travaglio - Editori Riuniti - pagg. 382 -  Euro 14,00)