:: La requisitoria Bocassini, l'autodifesa di
Previti & C. ::
La requisitoria di Bocassini, l'autodifesa di Previti. Tutte
le carte dei processi Berlusconi-toghe sporche.
Nel seguito la prefazione.
Un altro libro che non dovrebbe esistere. Un altro libro che, in un paese normale, nessuno penserebbe
mai di scrivere perché la televisione avrebbe già raccontato tutto a tutti, in diretta.
Pensiamo all'inchieste
su Bill Clinton negli Stati Uniti: e allora si trattava di una presunta falsa testimonianza su un'avventura
extraconiugale. Pensiamo allo scandalo Kohl in Germania, e allora si trattava di fondi neri «soltanto»
conosciuti, nemmeno maneggiati personalmente, dal fondatore della nuova Germania unita. Massima
copertura su tutte le televisioni. Figurarsi se il capo del governo avesse dovuto rispondere, in un qualsiasi
paese dell'Occidente, di corruzione in atti giudiziari: cioè di aver pagato giudici per comprare sentenze e
portare via due colossi imprenditoriali a un concorrente. Manca la controprova di quel che sarebbe
accaduto. Ma soltanto perché non s'è mai visto al mondo un personaggio gravato da simili accuse che
abbia soltanto lontanamente pensato di candidarsi alla guida del suo paese.
Sappiamo invece quel che è accaduto, quel che accade in
Italia. Dal 1996 sappiamo che dai conti esteri di
alcuni avvocati di Silvio Berlusconi sono usciti bonifici per svariati miliardi diretti ai conti esteri di alcuni
giudici romani che a vario titolo si occupavano di cause a cui erano interessati Berlusconi e quegli avvocati.
Che di nome fanno Cesare Previti, parlamentare da tre legislature ed ex ministro della Difesa (grazie al
presidente Scalfaro, che nel 1994 gli impedii di diventare ministro della Giustizia mentre
faceva rientrare
clandestinamente miliardi dalla Svizzera, a mezzo di «spalloni»), Attilio Pacifico e Giovanni Acampora.
Abbiamo visto questi signori urlare per anni al complotto, al colpo di Stato, alla
guerra civile. Li abbiamo sentiti escogitare le versioni più fantasiose per quelle fortune accumulate
illegalmente all'estero, in barba alla legge, al fisco, agli italiani che pagano le tasse. Li abbiamo sentiti
smentirsi, correggersi, inventare racconti sempre più incredibili a mano a mano che quelli precedenti si
infrangevano contro i documenti bancari. Li abbiamo visti approvare leggi alla velocità della luce per imporre ai
tribunali di cestinare quei documenti bancari. E poi tentare l'impossibile - con ogni mezzo mediatico, politico e
legislativo - per allontanare i pm che indagano su di loro e i giudici che li processano, per infangare i testimoni
che li accusano, per cancellare i reati di cui sono accusati, per silenziare quel po' di informazione che ancora si
occupa di questi fatti.
Eppure persino questo paese, soltanto dieci anni fa, un minimo d'informazione, anche televisiva, la
possedeva. I primi processi di Tangentopoli venivano trasmessi in diretta dalla Rai del
pentapartito, del Caf. Il processo Cusani andò in onda integralmente su Rai!, ogni mattina: telecronista il direttore del
Tg1, che non
era Che Guevara, ma Bruno Vespa. Idem per i telegiornali Fininvest: a dirigerli Berlusconi non aveva
chiamato due no-global, ma due socialisti di provata fede, Enrico Mentana (memorabile la sua prefazione alle
videocassette antologiche sul processo Enimont, gentile omaggio per i lettori di Epoca) ed Emilio Fede
(indimenticabili i suoi duetti con Paolo Brosio collegato giorno e notte dalla postazione volante davanti al
palazzo di giustizia di Milano). Eppure Tg4 e Tg5 non fecero mancare una sola notizia, un solo
avviso di
garanzia, un solo arresto, un solo verbale (almeno finché non ci andò di mezzo il loro signore e padrone).
Cosi si fa nelle democrazie quando politici, governanti, imprenditori, personaggi potenti e famosi
finiscono sotto processo. Si informa l'opinione pubblica, senza tacerle nulla. E cosi è
avvenuto, anche
in Italia, persino in Italia, finché non è finito sotto inchiesta e sotto processo il ras dell'informazione.
Da allora, black out. Salvo un paio di villaggi di Asterix che sfuggivano alla
conquista, l'impero della
televisione privata e pubblica - del Polo e dell'Ulivo - si diede una regola non scritta: non si parla
più di corruzione-politica e mafia-politica. Io non parlo dei tuoi, tu non
parli dei miei. E, nell'ultimo anno,
anche quei due o tre villaggi di Asterix sono stati espugnati: via Biagi, via Santoro, via Luttazzi. Tant'è
che sempre più spesso accade di sentire qualcuno che do-manda, sincero: «Processo a Berlusconi?
Perché, c'è un processo a Berlusconi? Ma non l'avevano assolto da tutto?». Non l'hanno assolto quasi
mai da nulla, come dimostra il prospetto riassuntivo che chiude questo libro. Ma quasi tutti credono che
sia finita cosi, perché per otto anni gli è stata raccontata cosi. A reti unificate.
Per questo abbiamo scritto Bravi ragazzi, per questo l'abbiamo intitolato cosi. Non per demonizzare:
per informare. Chiusa questa prefazione, il lettore non troverà più un solo commento, un solo
aggettivo: soltanto documenti, tanti documenti, perché ciascuno possa farsi un'idea dei due processi -
Sme-Ariosto e Imi- Sir-Mondadori - che si stanno celebrando da otto anni a Milano, fra mille polemiche
e chiacchiere e zero notizie e informazioni in televisione. Due processi che vedono imputati il
presidente del Consiglio (nel primo, essendo uscito dal secondo grazie alla
prescrizione), un deputato,
tre avvocati, quattro ex magistrati e qualche loro amico e sodale. Due processi che sono ancora in
piedi grazie a una pattuglia di giudici, pubblici ministeri e testimoni (soprattutto uno: Stefania Ariosto)
con la schiena diritta, che non si sono lasciati intimidire dalle minacce né irretire dalle lusinghe di questi
otto vergognosissimi anni.
Due processi che ci restituiscono lo spaccato peggiore della nostra peggiore
classe dirigente: magistrati, imprenditori, avvocati, giuristi, professori universitari, politici che
accumulano fortune all'estero violando la legge, frodano il fisco per miliardi e miliardi, trafficano fra
di loro pur operando tutti nella stessa sede giudiziaria, incuranti di quelli che - anche senza considerare
l'ipotesi della corruzione - erano comunque macroscopici conflitti d'interessi. E poi mentono, mentono
per la gola, inscenano pianti greci, inventano le scuse più inverosimili senza mai un'ombra di vergogna
né di senso del ridicolo.
I loro interrogatori sembrano gag di Totò e Peppino De Filippo, roba da pretura di Roccacannuccia. Renato
Squillante lacrima per i risparmi della famiglia, portati all'estero perché «allora c'era
l'inflazione al 22 per
cento», sorvolando sul fatto che l'inflazione c'era per tutti e che lui, giudice, gli esportatori di capitali all'estero li
doveva arrestare, non imitare.
Pacifico, serafico, si proclama «tutt'al più evasore fiscale» e racconta di aver
affidato le chiavi delle sue fortune a un portiere d'albergo. Idem Previti, che giustifica le
telefonate a Squillante
nei momenti topici dei processi con la necessità di concordare la formazione per i tornei di calcetto, e
s'inalbera quando gli fanno notare che non pagava le tasse sulle parcelle Fininvest (come, si presume, non le pagava il
proprietario della Fininvest, che oggi fra l'altro è presidente del Consiglio).
Il giudice Filippo Verde spiega i
versamenti sul suo conto svizzero con le spese di una fantomatica squadra di basket e con i prestiti che
allegramente faceva a Pacifico, avvocato nel suo stesso distretto giudiziario, tallonato dai creditori del casinò.
L'ex
giudice Vittorio Metta (quello che poi lasciò la toga per dare una mano nello studio
Previti) si appella a
un'eredità, ovviamente non documentata e incassata all'estero, esentasse, grazie alla munificenza di un altro
magistrato evasore fiscale. Tutti stupiti, questi bravi ragazzi, del moralismo dei giudici milanesi, che si ostinano
a processarli. «Siamo persone oneste», dice Squillante.
Scene che dovrebbero andare naturalmente in diretta televisiva, soltanto per la loro spettacolarità, per la loro
audience assicurata, anche a prescindere da quelle trascurabili inezie che sono il dovere di informare e il diritto
dei cittadini ad essere informati. Invece la cosiddetta informazione televisiva di queste quisquilie non parla
più.
Se ne occupano le televisioni straniere, con grande scandalo del governo e dei suoi
house organ quando lo
vengono a sapere (ultimo caso, nel dicembre 2002: un documentario della rete tedesco- francese Arte, seguito
da telefonata inferocita di Berlusconi all'allibito premier francese Raffarin). Noi, in Italia, siamo ridotti ai libri,
alle conferenze, alle piazze, ai teatri, insomma alla tradizione orale. Quando, con «Teatro civile», portiamo in
scena lo spettacolo «Le carte dei processi» - attori che leggono semplicemente i verbali degli interrogatori di
Previti, Berlusconi e Dell'Utri - la gente accorre, si diverte, s'indigna e alla fine domanda: «Vi siete inventati
tutto, vero?».
Ci piacerebbe tanto. Ma è tutto autentico, tutto testuale. Come i documenti che pubblichiamo in
questo libro.
Peter Gomez e Marco Travaglio
P.s. I documenti contenuti in questo libro sono tutti testuali, anche se per ragioni di sintesi sono stati accorciati. Ogni parte
mancante è indicata dal segno [...]. La reuisitoria di llda Boccassini e gli interrogatori di Previti, Pacifico e Sguillante
sono stati trascritti da un'agenzia specializzata per conto del Tribunale di Milano. Abbiamo lasciato gli inevitabili errori
del linguaggio «parlato», che gli conferiscono freschezza e vivacità. Tutti i titoli e i titoletti che inframmezzano il testo
sono nostri.
(*Bravi Ragazzi
- Peter Gomez, Marco Travaglio - Editori Riuniti - pagg. 382
- Euro 14,00)