Nota: Questo articolo era intitolato "Usare con cautela" in prima pagina" e
"Referendum, una strada sbagliata" a pag.35.
Anche sa la grande parte dei lettori dell'Unità sanno quasi tutto sull'articolo 18 dello Statuto
dei lavoratori (legge 300 del 20 Maggio 1970) per i pochi che hanno qualche lacuna conviene ricordare
i termini della questione.
Il tema non riguarda il licenziamento senza giusta causa, il cui divieto nessuno mette in discussione, ma le
modalità di reintegro del lavoratore licenziato.
L'art. 18 prevede che nelle imprese con più di 15, dipendenti il lavoratore subordinato,
licenziato senza giusta causa, sia reintegrato con sentenza del
giudice o, a scelta del lavoratore, risarcito con una somma in denaro.
Alle imprese sotto quella soglia e ad alcuni particolari datori di
lavoro (partiti, sindacati, scuole religiose ecc.) quell'articolo non
si applica e la legge prevede che il lavoratore licenziato senza giusta
causa sia compensato con un'indennità economica che va da due
mensilità e mezzo dell'ultima retribuzione fino a sei.
Il
governo aveva proposto una legge delega che contemplava tre
eccezioni alla validità dell'articolo 18. Le eccezioni erano previste
a favore di imprese che: emergessero dal nero, trasformassero
assunzioni a termine, in assunzioni a tempo indeterminato,
assumessero dipendenti in un numero che avrebbe fatto loro
oltrepassare la soglia dei 15. Questo tentativo, che creava anziché
eliminare , divisioni nel mondo del lavoro, portò ad uno sciopero
generale il 16 aprile 2002 di tutti i sindacati. Dopo questo sciopero
unitario il governo fece marcia indietro e propose di inserire nel
«Patto, per l'Italia» (disegno di legge 848 bis del 2002)
solo la terza eccezione.
Il Patto fu sottoscritto da Cisl e Uil, mentre
la Cgil proclamò in ottobre il secondo sciopero generale.
Il disegno di legge (non convertito in legge) venne parcheggiato su un
binario morto, mentre il Presidente del consiglio, nel discorso di fine anno,
proclamava che l'argomento non era più di attualità, dopo
che il suo governo con il robusto sostegno della
Confindustria di D'Amato, aveva indicato in quella riforma la via
maestra per il rilancio dello sviluppo economico italiano (!) e su
quell'altare aveva provocato tensioni sociali nel Paese come non si
vedevano da anni.
Il capitolo sembrava chiuso, ma cosi non era. Infatti
dal Partito della Rifondazione Comunista, dai Verdi e da Socialismo
2000, la corrente dei Ds che fa capo a Cesare Salvi, (ma non dalla
Cgil) era stato avviato l'iter per poter celebrare un referendum che
estendesse il diritto di reintegro automatico a tutti i lavoratori,
anche quelli dipendenti da imprese sotto i 15 addetti. Ieri l'altro la
Corte Costituzionale ha dichiarato «ammissibile» tale referendum.
Il cuore del problema sta nella uguaglianza dei
diritti. In Italia all'interno di 22 milioni di occupati esistono tre
categorie: circa 9 milioni (5,5 nel settore privato e 3,5 in quello
pubblico) che sono ampiamente tutelati dallo Statuto dei Lavoratori e
dall'art. 18 circa 3 milioni, che sono i dipendenti delle imprese con
meno di 15 addetti, che sono tutelati dallo Statuto, ma non dall'articolo
18 gli altri (lO milioni) presentano alloro interno lavoratori forti
(manager, dirigenti, professionisti, molti autonomi) che non necessitano
delle tutele dei lavoratori dipendenti, ma anche molti lavoratori, come i
collaboratori continuati e continuativi (co.co.co.), le persone in cerca
di prima occupazione, i lavoratori senza una precedente posizione
contributiva (gli irregolari) i quali non hanno nessuna tutela e che sono
altrettanto deboli o più deboli dei lavoratori dipendenti.
Quindi sicuramente un giusto obiettivo politico è quello di offrire un
sistema di tutele e garanzie che sia il più equo e uniforme possibile tra i
lavoratori. Ma la strada del referendum è sbagliata.
Si consideri che, con il sistema dell'articolo 18, se il licenziamento
è ritenuto ingiustificato l'impresa deve, non solo reintegrare
il lavoratore al suo posto, sia pagargli tutte le retribuzioni e i
contributi maturati fino alla sentenza, oltre alle ammende e questo,
potendo avvenire dopo molti gradi di giudizio e dopo
molti anni (ci sono casi di 8/10 anni), può significare una cifra
elevatissima a fronte di un lavoro non prestato. Si può ben capire
che se questo succede ad una piccola impresa o ad un'impresa artigiana,
può anche significare il fallimento dell'impresa medesima:
tipico caso di «summa lex summa iniuria».
Non è concepibile
si possa pretendere che le imprese si facciano carico
di un problema generale del Paese, quale quello
rappresentato della lentezza della giustizia. Che cosa fare quindi?
Bisogna operare su due fronti.
Da un lato estendere le garanzie dei lavoratori subordinati a quei
parasu-bordinati (lavoratori autonomi e co.co.co) e sono molti, anche
se non tutti, che in realtà sono lavoratori dipendenti mascherati.
E a questo scopo risponde la «Carta dei diritti dei lavoratori», elaborata
da Amato, Treu e Dannano e presentata unitariamente dall'Ulivo.
Ma questa Carta non basta, né dal punto di vista dell'equità,
né per evitare il referendum, perché lascia inalterata la
differenziazione delle protezioni tra i lavoratori subordinati. Va
quindi affiancato alla Carta un provvedimento tendente a modificare
l'automatismo dell'articolo 18: una misura che lasci al
giudice di deridere, secondo le convinzioni che si forma ascoltate le
parti, se disporre la reintegrazione del lavoratore (quando, si
può immaginare, la non giusta causa è molto vicina a ragioni assolutamente
illegittime di licenziamento, come quelle basate su
discriminazioni di razza, sesso, idee politiche o sindacali ecc.)oppure
imporre all'impresa un risarcimento (quando la non giusta
causa è vicina a cause di natura economica).
Questo regime dovrebbe
poi essere esteso a tutte le imprese, a prescindere dal
loro numero di addetti. Una legge di questo tipo fu presenta-ta nella
scorsa legislatura da una serie di parlamentari del centro-sinistra. Se due leggi di questo tipo fossero congiuntamente
presentate dall'Ulivo si otterrebbe un triplice
risultato positivo: innanzitutto il centrosinistra si presenterebbe
come l'alfiere dell'ampliamento dei diritti a fasce di lavoratori che
da essi sono esclusi e non porterebbe a segmentare
il mercato del lavoro come prospettato dal Patto
per l'Italia; in secondo luogo si eviterebbe un referen-dum che non
porterà altro che conflitti all'interno del centrosinistra e tra
l'Ulivo e Rifondazione e all'internò dei sindacati; infine si
forzerebbe il governo ad accettare una proposta dell'opposizio-ne di
riforma del mercato del lavoro che risolverebbe l'annoso problema
dell'articolo 18, anziché lasciarlo somare, come sta facendo
ora, sul fuoco del referendum che porta ad una lacerazio-ne della
sinistra. lo spero che su questa linea converga tutto il centrosinistra,
compreso Sergio Cofferati.
(*Fonte: l'Unità, sabato 18 Gennaio 2003)