Interventi

:: Ancora sui Blog ::

Aiuto, la rete ha fatto "Blog"
di Loredana Lipperini*

 

(*Fonte - la Repubblica - 16 Gennaio 2003)

Blog è la parola magica, quella che agli affaristi della Rete sembra promettere nuovi paradisi, ai notizia-dipendenti tutte le informazioni che vogliono e ai guru del cyberpensiero le dovute conferme alle proprie profezie. Per i semplici navigatori, il blog è una realtà quotidiana da un bei pezzo, affermatasi a valanga dopo i primi timidi passi del 1997, il boom americano di due anni fa e la successiva frenesia che ha conquistato in brevissimo tempo milioni di utenti nel mondo. Oggi gli autori di blogs sfiorano il milione. I lettori superano il mezzo miliardo. «Weblogs is the real thing», è il seducente slogan lanciato dal Wall Street Joumal. Andrew Sullivan, editorialista del Sunday Times e blogger frequentatissimo, parla senza mezzi termini di rivoluzione. Il londinese The Guardian, ovviamente blog-munito, ne sottolinea la potenzialità democratica. E molti, moltissimi, gridano alla Terza Era di Internet, dopo la cocente delusione di tutti coloro che avevano rincorso un presunto Eldorado fatto di banner pubblicitari e canali tematici, e dopo le catastrofi economiche ed umane seguite allo «sboom» della net-economy. 

Giusto, ma cos'è un blog? Blog sta per web log, diario di bordo: in poche parole, i blogs sono siti personali, o piccoli giornali, o giornali di giornali, perché in moltissimi casi contengono una rassegna stampa dei fatti del giorno. Ma sono anche diari quotidiani, perché insieme alle notizie pubblicano pensieri e opinioni dell'autore e dei suoi visitatori. Una sorta di versione intemet di Prima Pagina, l'antica e fortunata trasmissione di Radiotre dove un personaggio legge e commenta, scegliendole e dunque filtrandole, le notizie del giorno e poi apre i microfoni ai commenti degli ascoltatori. Un blog non è necessariamente giornalistico e può essere dedicato a miriadi di altri argomenti che non siano l'attualità, dalla letteratura alla musica, dalla scienza all'economia, fino agli ufo e alla cucina senza glutine. Sempre, però, propone una  rete fittissima di rimandi ad altri blogs, cosicché si passa rapidamente da una visita all'altra, in un accumulo reticolare di conoscenze: per dirla ancora con il  Wall Street Joumal, i blogs «riflettono il meglio di Intemet: un medium informale, anarchico, commercialmente ingenuo e affascinante». Ingenuo forse. Affascinante senza dubbio alcuno. Anche - perché la grandissima differenza tra un blog e un qualsiasi altro sito dotato di forum è la facilità assoluta di allestirlo, pubblicarlo, aggiornarlo. Non ciè bisgno di specialisti in html o di grafici: grazie a programmi disponibili on line e ad una struttura grafica stanfard, basta davvero, il famoso clic del proprio mouse. Sembrerebbe, dunque, l'avvento concreto i della famosa comunicazione : dal basso che ha fatto le fortune della cyberteoria: questa volta,  tutti possono davvero essere su  Intemet senza neanche sapere cosa è un server. E tutti possono fare informazione: creando dunque, sia pure con serissimi rischi di cialtroneria un'alternativa diffusa ai media ufficiali. Non casualmente molte testate americane e europee sono andate a caccia di blogs o meditano di aprirne uno.

  E in Italia? Se il fenomeno approda adesso alla curiosità e anche alla circospezione dei media cartacei, i bloggers  sono già migliaia. Alcuni lo erano prima che il fenomeno nascesse: è il caso di siti come il Dagospia di Roberto D'Agostino, o come II Barbiere della Sera, dove giornalisti intervengono non soltanto sulle problematiche della professione ma anche sull'attualità, o come Indymedia,che da anni fornisce  notizie «collettive» sul cosiddetto movimento. Poi, certo, ci sono i blogs veri e propri, aperti e gestiti da giornalisti: Christian Rocca con Camillo, Paolo Ferrandi con Paferrobyday, e ancora il Quinto potere di Carlo Fermenti, Marco Barbieri, Stefano Porro, Iginio Domanin e Walter Molino, o il Tel&Co, primo blog sul wireless di Franco Carlini. E ci sono, soprattutto alcuni siti italiani che hanno inserito tra i propri servizi la possibilità di crearsi il proprio blog, attirando con la rapidità del fulmine tutti coloro che vogliono dire la propria su qualsiasi cosa: dagli scrittori (Tommaso Labranca e Francesca Mazzucato) alle case editrici (Marsilio Black) e alle realtà locali, fino ad avanguardie sperimentali del genere dei warchalker, che attraverso i blogs si segnalano resistenza di fonti via radio per connettersi gratuitamente, esattamente come i vagabondi segnalavano con il gesso pericoli e opportunità ai propri colleghi. 

II blog, insomma, è già una realtà più che consolidata: con i suoi motori di ricerca, i suoi premi, i suoi libri. Il primo in traduzione italiana arriverà presso Raffaello Cortina, si chiama Smart Mobs e lo ha scritto un partìcolarissimo studioso di nuove tecnologie come Howard Rhein gold: che nel fenomeno trova la conferma di come Intemet possa salvarci la vita, o quantomeno migliorarla. Perché grazie alla Rete gli esseri umani potrebbero dare spazio alla propria parte migliore, laddove la vocazione al consumo e alla ricchezza può essere magari momentaneamente messa da parte in favore di condivisione, collaborazione, ruolo sociale. E perché i navigatori di Internet, nella stragrande maggioranza dei casi, si collegano per scambiare con altri pensieri e idee. Anche sotto forma di file. Il fenomeno dei blogs, insomma, evidenzierebbe uno degli errori più gravi della net eco-nomy, che, almeno in Italia, ha cercato di far soldi con la pubblicità anziché puntare sulle relazioni sociali. Un blogger, sia pure inconsapevolmente, replicherebbe la filosofia della comunicazione fra moltitudini che è alla base dell'open source: inizialmente prassi tecnologica e oggi movimento planetario di pensiero, il concetto di open source nasce in opposizione a Microsoft e ai sistemi operativi chiusi, cui è d'obbligo affidarsi passivamente, senza comprenderne il funzionamento e soprattutto senza poterli modificare. Un software open source, invece, consente a chiunque di ottenere le copie del codice sorgente, e dunque di migliorarlo e rimetterlo a disposizione di tutti. Ma, per estensione, il termine può essere applicato a tutti i prodotti d'ingegno. Riprodurre un romanzo senza fini di lucro (copyleft) o scambiarsi musica in rete (file sharing) ha lo stesso significato: superare il concetto di proprietà intellettuale in favore della condivisione di idee. Insomma, la prova provata della intelligenza connettiva teorizzata da Derrick De Kerckhove negli anni pionieristici di Internet.

 Non tutti concordano, però, sul fatto che il fenomeno blog sia la chiave per l'Eden: e agli entusiasti cominciano già ad affiancarsi i dubbiosi. Coloro che guardano con costernazione ai blogs dedicati al figlio neonato ai gatti, e che temono che l'informazione alternativa finisca per diventare non meno attendibile, ma più noiosa di quella tradizionale. Un blogster della prima ora come Luca Sofri ha scritto recentemente sul suo blog, Wittgenstein, di temere che «i blog stiano ripercorrendo in piccolo la stessa strada intrapresa da Intemet degli inizi (il carro del vincitore che fa il suo trionfale ingresso in città, tutti che ci saltano sopra, le ruote di legno che scricchiolano in modo allarmante e, successivamente, cedono rovinosamente)». Del resto in America, come al solito, starebbero già parlando d'altro: per  l'esattezza, dei video blog vlog o blog di terza generazione che dir si voglia, quelli che consentirebbero di inserire filmati nei propri siti, di accedere ai blogs dai palmari e telefonini, addirittura di fare giornalismo istantaneo grazie a telefono cellulare, video-camera e pubblicazione istantanea (ovviamente esiste già il neologismo per i futuri nuovi professionisti: «bloggerazzi», con buona pace degli attuali paparazzi). E ad appassionare gli americani ci sarebbe anche la  domanda che tutti temevano e che è puntualmente arrivata: il blog, a proposito ,è di destra o di sinistra?