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Interventi
:: Maurizio Maggiani ::
Maurizio Maggiani Intervista di Domenico
Gallo*
MAURIZIO MAGGIANI è nato a Castelnuovo Magra, un
paesino della Lunigiana poco lontano
dall'asprezza delle Alpi Apuane, una catena anomala di torrioni calcarei
alti e ripidi. La Lunigiana è una piccola pianura che si estende attorno ai
ruderi romani di Luni, finisce subito in
mare e si accompagna a un fiume dalla portata complessa,
a volte in secca in altri momenti tumultuoso, che si chiama Magra.
Nonostante ora sia stato adottato da Genova, Maggiani rimane
fortemente legato alla sua terra, e la
lettura delle sue pagine si arricchisce se si conosce un po' la
gente scorbutica, fiera e testarda che abita da quelle parti. Non è
retorico affermare che in Lunigiana e nelle terre apuane il tempo scorre
ancora con un ritmo diverso.
Maggiani,
che è nato nel 1951 e ha fatto troppi mestieri per poterli elencare, ha
iniziato a fare il mestiere dello scrittore (che è quella professione che
consente di campare vendendo parole
scritte) con un premio letterario, un premio maledetto
che vide, nel 1987, migliala di aspiranti scrittori inviare dei
racconti al settimanale "L'Espresso",
lo spedii il mio e non vinsi, Maurizio Maggiani sì, Si trattava di
"Prontuario della donna senza cuore" e poco alla volta iniziò a
vivere delle sue parole. Dopo Màuri,
Màuri, pubblicato da Editori Riuniti nel 1989, approda a Feltrinelli ed
escono Vi ho già tutti sognato una volta e Felice alla guerra,
rispettivamente del 1990 e del 1992.
Sono
romanzi senza trama in cui s'intrecciano le immagini dell'infanzia,
dell'adolescenza e della maturità. Si tratta di tre libri che non ottengono
un grande successo, anche se rivelano una
grande profondità e uno stile molto personale. Il coraggio del pettirosso,
del 1995, è il romanzo in cui Maggiani esprime al
massimo le sue potenzialità narrative, addirittura eccedendo di
personaggi e di situazioni. Si tratta di
storie di persone semplici e oneste, ricche di grande umanità,
capaci di reclamare oggi la nobiltà del pensiero libertario, della
cultura araba, dei sentimenti e dello
spirito di sacrificio degli operai, dei contadini e dei poveri. Anche
La regina disadorna è una storia operaia. II romanzo è del '98, e
racconta la storia di una famiglia
operaia genovese che vede scorrere davanti alla propria vita quotidiana,
fatta di lavoro e delle piccole gioie dell'affetto, i grandi avvenimenti del
Novecento. Avvenimenti che sembrano quasi soprannaturali, tanto sono
lontani da quella forza morale che i
personaggi naturalmente sono in grado di esprimere
in ogni situazione, anche la più tragica. In un mondo come il nostro,
con il ritorno sprezzante della guerra,
l'attuarsi spudorato delle politiche liberista, il degradarsi
della politica italiana (sia di destra sia di sinistra), la modestia,
la fermezza, lo spirito di sacrificio dei
personaggi di questi romanzi colpiscono un pubblico italiano che
manifesta una profonda nostalgia per, il carattere dei propri nonni,
delle loro avventure, di una vita in cui
la pratica della solidarietà è un elemento quasi naturale.
È stata una
vertigine è il nuovo libro di Maggiani, tredici capitoli che raccontano
l'amore, quella sensazione multiforme, eterogenea e, a volte,
devastante, capace di rendere 'uomo
migliore come peggiore. Roland Barthes, con Frammenti di un
discorso amoroso, aveva descritto una rigorosa geografia di questo
sentimento. Era un'opera completa e
fredda, volutamente polverizzata. È stata una vertigine,
invece, si presenta alla fine con un senso compiuto. Maggiani non
lesina di ripetermi che è la sua visione dell'amore, quello che lui ha
provato, ma, inevitabilmente, ognuno
rileggerà qualcosa di proprio, Nel romanzo non c'è una storia ma
l'accavallarsi delle immagini di un dormiveglia. Le scene svaniscono senza
concludersi, altre ritornano leggere,
appena diverse.
Il cielo sopra il porto
di Genova turbina di nubi nere, il sole è appena calato. Maggiani guarda
pensoso fuori della finestra. Alla fine dell'intervista pioverà.
Dopo Il coraggio del pettirosso e La regina
disadorna, in E' stata una vertigine
hai ripreso l'uso della prima persona...
Certo, perché parlo della mia persona,
cosa dovevo fare? Altri scrittori usano la terza persona... C'è tutta questa menata
della forma letteraria, del nascondimento del soggetto, ma questo è per me un libro
molto particolare... è il lusso della mia vita letteraria, una vita che, spero, non
duri in eterno. Spero di concludere la mia vita avendo fatto almeno ancora un altro
lavoro. E infatti un'idea ce l'ho, e forse presto mi dedicherò ad altro. E prima di
perdere la voglia di scrivere, ho voluto togliermi una soddisfazione: cantare la
mia canzone.
Mi ha molto colpito una frase che ho letto in È stata una vertigine: "con il cuore in mano
e la mitraglia sca-rica". Dopo l'invadenza ideologica degli anni Settanta, quando l'ideologia
invadeva la vita privata, spesso con violenza e brutalità, pensi che questa sia una oggi una
condizione diffusa?
No, non è una condizione diffusa tra le persone. Le
persone non esistono,
esistono le generazioni e le classi sociali. Sai, io sono all'antica, sono proprio un uomo del
Novecento e, dio bono, io di qua non ci sono ancora arrivato. E con il cuore in mano ci vedo
veramente poca gente della mia età, nessuno della generazione che mi ha seguito, quelli che
oggi hanno tra i trentacinque e i quarant'anni, mentre ne vedo molti tra i giovani, loro sì
che hanno la mitraglia scarica. Anche se, in una certa tattica di combattimento, anche una
mitraglia scarica può servire, e può essere fondamentale per vincere una battaglia.
È stata una vertigine è anche un saggio sulle
differenti forme dell'amore, ma l'amore
carnale mi sembra più che altro rappresentata dal rapporto con la Cleme, il gatto di casa.
Non pensi di aver privilegiato una rappresentazione astratta dell'amore?
No, se io fossi
una persona elevata potrei esprimermi in maniera elevata, ma siccome non lo sono non sono
neppure in grado di farlo, e neppure ne avevo l'intenzione. Quando dico che questo romanzo
è un lusso che mi sono tolto, significa che ho deciso di raccontare quello che so, quello
che ho visto, quello che ho toccato dell'amore. Perché ho deciso di farlo è un altro
discorso. La mia è una visione assolutamente soggettiva, non avevo nessuna intenzione
didascalica o predicatoria. Per quanto riguarda l'amore carnale, anche a me piace fare
l'amore, anzi, spero che accada stasera, dopo che te ne sarai andato, sempre che
riesca a mettere su una cena decente... Chissà, forse sì, forse no. Ma la spiegazione
pratica dell'amore carnale dovrebbe essere nella nostra struttura ormonale... Andare
a raccontare come lo ficchi e come lo prendi è per me una cosa totalmente priva
d'interesse.
Quello che è bello raccontare, quando hai più di quindici anni, è perché, dove, quando e che cosa.
L'esimio collega Saramago dice che la parola poetica non esiste. Ciò che rende una parola poetica,
è la parola che viene prima e quella che viene dopo... Nico, vuoi sapere perché ho scritto questa
mia canzone? Ho iniziato a scrivere il primo racconto esattamente il secondo giorno dopo la dichiarazion
e di guerra alla Serbia, quella che poi è diventata la guerra per la conquista del Kossovo.
lo ho poche certezze, e una delle poche certezze che ho sempre avuto - e si tratta di cose
che mi sono state insegnate, da mio padre e dalla mia comunità - è che sarei vissuto in pace.
Ma questo non è successo, e per me è stato un trauma, un grosso trauma dal quale non sono ancora
riuscito a venirne fuori. Son passati cinque anni, ma cinque anni di guerra, perché finita
una ne è iniziata un'altra. Beh, il primo giorno di guerra ho rotto il mio contratto con la
RAI per-ché mi hanno impedito di leggere l'articolo 11 della Costituzione durante il programma
di storia contemporanea che tenevo per la televisione di Stato. Il secondo giorno ero nel
residence dove vivevo, e mi chiedevo: "Ma che cazzo faccio?". Mi ero comprato una playstation,
ma non avevo voglia di giocare, e allora mi sono detto: boh, scrivo qualcosa.
E così, incazzato com'ero, mi viene in mente di scrivere quest'ultimo libro. Madonna
com'ero incazzato, incazzato come una biscia... ancora adesso sono
incazzato.
Tra l'altro una censura avvenuta durante il governo di sinistra...
Certo, un governo di sinistra,
la RAI diretta dalla sinistra... Hanno avuto il coraggio di dire che l'articolo 11 della Costituzione
non era chiaro e il popolo televisivo non era in grado di comprenderlo appieno...
Che schifo...
Già, la sinistra... E allora mi viene in mente una canzone. Sai, io canto sempre, come
tè. E invece di venirmi in mente "Addio, Lugano Bella" o "Dai monti di Sarzana", mi è venuta in mente una strofa che fa "è stata una vertigine". Mi sono proprio commosso a sentire questa canzone dentro di me. Era una canzone che non avevo più sentito da quando ero bambino. Allora ho cercato di ricostruirla, e invece di buttare giù un appunto per ricordarmela, sono finito con lo scrivere un racconto. Così ho scritto la mia canzone d'amore
affinché sia chiaro che non sono solo un uomo in guerra, vitti-ma della guerra, portatore di guerra, lo sono qualcosa di più, ancora oggi.
Leggendo È stata una vertigine e avendo scrutato la serie di volti che lo
compongono, in cui
compaiono ricordi descritti in maniera molto precisa, mi chiedevo se i ricordi di uno scrittore,
una volta diventati scrittura e pubblicati, sono ancora suoi.
Oh cazzo, è troppo difficile
rispondere a questa domanda...
E tu provaci... I ricordi sono ancora i tuoi oppure ades-so
li hai definitivamente perduti?
Da quando ho iniziato a scrivere storie, e per fortuna mi è
capitato tardi nella vita, ho smesso di interrogarmi su cosa ho vissuto, su cosa ho sognato, su cosa
m'invento. E anche se lo facessi non ne verrei a capo di niente, lo non sono un romanziere o un
intellettuale, io sono un narratore. Sono un narratore perché tutte le donne che ho avuto le ho
avute grazie alle storie che ho raccontato, e non per la mia prestanza fisica, e così è stato in
tutti gli altri aspetti delicati della mia vita. Io sono un narratore e un narratore delira, e se
ha un'arte è quella di manipolare, di saper trasformare quello che vede e farne quello che vuole.
Con sincerità non ti saprei dire se quello che ho scritto corrisponde o no alla verità, non me lo
ricordo più. Questo, chiaramente, provoca delle difficoltà nelle relazioni personali, ma io so di
avere questa malattia professionale che mi provoca dei problemi. Pensa a quelli che lavorano con
il carbone, alla Pietro Chiesa in porto, che stanno peggio di me...loro hanno la
silicosi...
Secondo me tu hai una scrittura molto particolare, a volte frasi molto corte con parole
ripetute, altre volte periodi lunghi che esprimono una grande tensione. Da dove viene
questo modo di scrivere che era già completamente formato in Vi ho già tutti sognato una
volta?
Io cerco di scrivere come vorrei parlare, o come quando parlo sottovoce, lo da ragazzo non
sapevo scrivere, a scuola mi davano cinque, quattro... mi hanno anche bocciato in italiano.
Non so da dove ho imparato. A sei anni ho trovato in casa i libri di mio nonno, libri come
Il mondo
prima della creazione dell'uomo, Storia d'Italia popolare illustrata,
Orlando Furioso,
I miserabili, La divina commedia. Guardavo le figure, poi leggevo sotto, poi di fianco...
Quando uno nasce in una casa di operai e trova questi libri, e se li legge, non ci capisce
assolutamente un cazzo, però le parole rimangono. Ho letto Orlando furioso a otto anni, e cosa
ci avrò capito? Poi vai dal dentista e trovi L'informatore dentario, la zia porta a casa Grand
Hotel e leggi anche quello, poi c'è l'Intrepido. Tutto questo s'impasta e viene fuori il mio modo
di scrivere. Nel capitolo di È stata una vertigine che s'intitola "La Buriana" si parla del G8
di Genova. Pensi che la nostra città sia cambiata dopo quegli avvenimenti? Sì, è cambiata in
meglio. Perfino piazza Alimonda è .più bella, lo ci passo spesso, e la piazza è più pulita,
ordinata, c'è questo altarino spontaneo che ogni giorno viene rinnovato con nuovi segni e nuovi
oggetti, e, secondo me, anche la gente è migliore, perché quella tragedia, come spesso accade, ha
fatto i genovesi migliori di quello che erano...
( * Fonte: Pulp Libri - Gennaio-Febbraio 2003)
E' stata una vertigine - Il primo capitolo
Scusami, scusami, ancor
Un uomo ha nel cuore una canzone d'amore. Quell'uomo
va in giro con la sua canzone notte e giorno, e lui e lei sono
una cosa sola, come lo può essere una coppia di
cocorite nella gabbietta sul poggiolo, un vagabondo e i suoi fagotti per
strada. La canzone è quasi vecchia come l'uomo, così
che tutti e due vanno ormai per i cinquanta. In marcia
stretti l'uno all'altra, come stretti per la vita sono
due esseri che crescono assieme.
Quella canzone è arrivata a lui in un cinematografo, un
grande cinematografo in mezzo alla buia campagna che si chiamava
Cinema Centrale. L'uomo era un cucciolo di cinque o forse sei anni. Quando
ripensa a quel tempo ricorda che qualcosa sapeva già
leggere delle grandi scritte nei cartelloni appesi fuori dal capannone del
cinema, così come sapeva sillabare i titoli dei film.
Il bambino era allora felice per molte cose, ma forse quella che lo rendeva più felice era che esistesse il cinematografo, quel
Cinema Centrale, che era poi l'unico che conosceva. La natura
della sua felicità non era da lui del tutto compresa, perché era fatta di
molti particolari distinti, e del fatto che ognuno di quei particolari era
mescolato all'altro. Era una felicità misteriosa.
Dentro quella felicità c'erano la notte buia e fredda tutto intorno al
cinema e dentro il cinema il tepore del velluto delle poltrone a ribalta;
c'erano le inesplicabili vicende e lo straordinario fatto che un telo bianco, seppur molto
grande, potesse tutte contenerle. C'erano l'oscurità e i bisbigli, e nell'oscurità
il fascio di luce compatta del proiettore. Nel fascio di luce cadevano
prigionieri e dibattendosi si mischiavano come pesciolini in una nassa di
fiume, il fumo delle sigarette assieme ai bisbigli. C'erano nella felicità
le stringhe di liquirizia e le caramelle di sei colori diversi; c'erano la
cassiera con gli occhi dipinti e gli uomini con i
giubboni di pelle profumati di grasso di motocicletta, le ragazze con le
scarpe dal tacco a spillo e le ascelle sbuffate di talco
borato Paglieri.
Abitava nel cinematografo il più grande tra tutti i
misteri che lo circondavano, e questa era felicità.
La notte della canzone proiettavano al cinema una pellicola dove non c'era nessunissima storia di pistoleri, spadac-cini o
antichi romani; ma non per questo il bambino ne era granché
rattristato. Era uno dei film che piaceva alle sue zie.
Le zie portavano al cinema il loro adorato nipote m base
a un principio di grande giustizia: una pellicola con i pistoleri e una d'amore, una di spadaccini e un'altra d'amore; una volta
l'una e una l'altra, tenendo anche il conto delle pellicole di spadaccini
con dentro un bei po' d'amore, e quelle valevano zero. Andavano al cinema
alle otto di sera di tutti i sabati, senza perderne uno da ottobre ad
aprile, quando poi il Centrale restava chiuso per
tutta l'estate, per fare in modo che i giovanotti
della campagna potessero andare a ballare nei paesi
intorno senza la paura di perdersi qualche bei film. Al bambino
andava bene così, perché sapeva che così andava bene alle zie e ai
fidanzati delle zie. I fidanzati pagavano i biglietti e le caramelle per
tutti quanti, e se anche loro erano più contenti dei
film coi pistoleri, era anche vero che nei film d'amore avevano più
possibilità di baciare le loro fidanzate.
Dunque quella sera davano un film d'amore.
Mentre la pellicola andava avanti, il bambino succhiava
caramelle e frantumava semini di zucca, e gran parte di
quello che accadeva nel film fluiva sopra la sua testa, distante e ignoto.
Ma gli piaceva essere lì, nel buio della campagna in mezzo
al buio della sala, mentre dal lato sinistro la sua zietta preferita
continuava a passargli caramelle, e dal lato di destra la
zietta preferita un po' meno gli dava pizzicotti perché facesse meno rumore
succhiando.
Poi, nel mezzo del film, era venuta la canzone. La cantava
qualcuno che non si vedeva in nessuna parte dello schermo, mentre due
innamorati ballavano stretti stretti.
La canzone cantava così:
...è stata una vertigine
tenerti stretta al cuor
or ti dirò baciandoti
scusami, scusami ancor...
E subito, nel sentirla, il bambino pianse.
Piangeva senza tristezza o dolore. Piangeva, in così tenera età, di nostalgia e abbandono. Dolcemente piangeva come un
vecchio randagio davanti a una finestra con dentro la luce blu della
televisione accesa, come una madre che preme le mani sul
ventre afflosciato nel giorno del suo primo parto. Piangeva
in perfetto silenzio, senza disturbare nessuno e senza neppure smettere di
succhiare la sua caramella. Piangeva lacrime che non
sgorgavano.
Il bambino era stato visitato dall'amore.
Seppur così piccolo e ignaro, lui e l'amore si erano
incontrati, e l'amore si era insinuato in lui con la languida fermezza di
un'amante in agguato da tempo immemorabile, leggero come il frusciare di una
barca nell'acqua silenziosa di un fiume notturno. Una
barca che dopo un viaggio di mistero approda al piccolo
molo da dove è stata un giorno varata. Un giorno che
forse lui ancora non c'era.
Casomai si fossero accese all'improvviso le luci della sala
e fosse stato interrogato dalle sue zie sull'improvvisa malinconia che lo
aveva colmato, se gli fosse stato chiesto il
perche delle lacrime che pure dovevano trasparire dal
fondo dei suoi occhi - ecco, non avrebbe avuto una sola
parola da dire. E non trovandola si sarebbe vergognato a
morte e avrebbe cercato in tutti i modi di cacciare via il visitatore di cui
nulla sapeva, se non che era arrivato come nera nave pirata da uno sconosciuto
mare.
Ma le zie stavano baciando con grande dedizione i loro
fidanzati e dai loro baci avanzava sì e no un pezzette di coda dell'occhio
per sbirciare la coppia che continuava a ballare in una
disadorna balera.
...è stata una vertigine
tenerti stretta al cuor
or ti dirò baciandoti
scusami, scusami ancor...
Così il bambino fu lasciato solo e in pace con la sua canzone. E indisturbata la canzone tornò con lui a casa, e quando il
bambino prese sonno e finalmente poté sognare, la canzone cominciò a
crescere dentro di lui. Con lui. Crescevano assieme
nella notte come una coppia di topolini nel cuore di paglia
di una poltrona in un grande cinema di campagna, come nella sala silenziosa e
vuota del mattino crescono i film in programma per la
settimana.
Da quella prima volta non l'ha mai più sentita, mai, in
nessun disco, radio o televisione. Come se la canzone fosse sparita dal
mondo per poter restare da sola con lui Non gli è nemmeno
mai capitato che fosse suonata da una delle orchestrine nelle molte balere
che ha frequentato in cerca di una coppia di
innamorati che ballasse stretta stretta mentre la canzone dice: scusami,
scusami ancor. Per quello che ne ha saputo per tutti questi anni, quella
canzone poteva anche non essere mai esistita.
Ma ciò non è di alcuna importanza, perché la canzone
scivolata quella notte dentro di lui per mettere su casa e
prosperare in eterno, e l'unico posto al mondo dove chi fosse in-teressato
può ascoltarla in qualunque momento è proprio lì: da
qualche parte dentro il cuore di quell'uomo. E oggi, nello stesso
identico modo silenzioso e mite di allora, l'uomo si perde quando la canzone
canta dentro di lui. Quando accade, tornano a lui,
improvvisi e fugaci, la campagna, il cinema, il film; e
dentro tutto questo i due innamorati che ballano stretti. Così un dolcissimo
sgomento lo pervade e sente ancora una volta, tutte le
volte, l'amore che è vertigine, è lasciandoti, è scusami,
scusami ancor. Il primo suo amore, l'unico amore che è
andato a trovarlo.
Arriverà un momento che l'uomo e la sua canzone si
fermeranno da qualche parte a prendere fiato, quando, ad esempio, saranno
troppo vecchi per poter sopportare la perdizione di un amore così grande.
Allora penso che faranno un viaggio nella campagna fino al Cinema Centrale.
Troveranno naturalmente che il cinema non c'è più, come non ci sono più
la notte buia e il talco borato Paglieri e molte altre cose,
eccezion fatta, forse, per le ziette, che probabilmente sono ancora assieme
ai loro antichi fidanzati a vivere qua e là in quello che resta della
campagna. Ne i molti cambiamenti ne ciò che è rimasto
turberanno minimamente l'uomo e la sua canzone. A loro basterà essere lì,
più o meno dove si sono incontrati. Sarà nel parcheggio di un centro
commerciale o sul tetto di un magazzino degli Eredi
Centrale srl, sarà da qualche parte comunque che capiranno di essere
arrivati; e lì l'uomo compirà il gesto che ha coltivato racchiuso dentro di
sé.
Canterà a voce spiegata. Intonerà per il cielo sopra di
lui e per i clienti del supermercato, la sua canzone
d'amore:
...è stata una vertigine
tenerti stretta al cuor
or ti dirò baciandoti
scusami, scusami ancor...
E nel volgere dell'unica strofa che ha mai conosciuto, lui
e la sua amata si saranno già ricongiunti in quel perduto
mare oltre l'orizzonte da dove un giorno sono venuti, ognuno per
la sua strada, solo per incontrarsi.
(Maurizio Maggiani - E' stata una vertigine - Ed. Feltrinelli - pagg. 180 - euro
14)
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