Che cosa pensa e in che misura si trasforma un uomo che vive
in galera a contatto con gli altri carcerati e con l'esterno
Un po' di tempo fa mi è capitato di presentare a Bologna
l'ultimo libro di Adriano Sofri, Altri Hotel (Mondadori); un libro molto
bello, che mi ha colpito per svariate ragioni: a cominciare dalla riconferma di
una libertà mentale che la maggior parte di noi, uomini liberi, nemmeno si
sogna. «Come un cervo volante catturato dentro una scatola di fiammiferi»,
Sofri vive recluso in una cella di due metri per tre, ma spazia in ogni dove e
senza alcun pregiudizio, sempre attento alle possibilità di creare ponti,
connessioni e cortocircuiti. E lo fa utilizzando materiali alti e bassi, anzi
altissimi e bassissimi: la Bibbia e Striscia la Notizia, le dame del Carpaccio e
una partitella di calcio all'interno del penitenziario.
Gli effetti di questi ponti, connessioni, cortocircuiti, nove
volte su dieci risultano spiazzanti e illuminanti. Ma come fa Sofri - mi chiedo
- a tenere a mente tutto? I ricordi di un viaggio in Cecenia e quel certo passo
del Paradiso di Dante, precise cognizioni di botanica e la ricostruzione
millimetrica dell'episodio di Cecilia nei Promessi sposi? Per fargli
questa domanda, e insieme per il desiderio di reincontrarlo dopo dieci anni e
passa che non lo vedo, sono venuto nel penitenziario di Pisa.
«Ti deluderò subito. Evidentemente c'è un malinteso di cui
non so se congratularmi o dispiacermi. La verità è che sono sempre più
ignorante e lo riconosco dal fatto banalissimo che il tempo passa e io
imparo sempre meno cose. Vivo in un posto chiuso, dove faccio esperienze intense
ma straordinariamente mutilate: mentre per il resto mi accade di dimenticare - a
una velocità sbalorditiva - quanto conoscevo.Oltretutto ho perduto da molto
tempo quelle protesi di cui uno si serve per simulare di saperla lunga.
Non ho una biblioteca; non ho, non dico Internet, ma neppure un telefono con cui
interpellare un giro di amici competenti nelle diverse materie. So benissimo che
molte delle mie affermazioni mancano del dovuto fondamento, ma lo faccio
sorretto dall'attenuante, che se vuoi è un'aggravante, di avere le spalle coperte
da questa specie di vuoto in cui mi trovo. Quanto alle mie fonti sono esaurite
da un pezzo...»
Sarà. Fatto sta che io non ricordo a memoria passi interi
del Paradiso di Dante o dei Promessi sposi.
«Non è vero che non te li ricordi. Semplicemente non sei finito
in galera e quindi non sei costretto a rovistare nel tuo ripostiglio interiore
in cerca delle cose che hai imparato e pensato, delle cose che ti sono successe
nel passato»
Messa così, verrebbe da dire che la galera - al di là dei
suoi aspetti orribili più evidenti - offre anche delle insperate chances in
ordine all'esercizio mentale.
«Mi piacerebbe dire di sì, ma non ci credo. Non oggi. Forse
accadeva nelle galere di una volta. Quelle in cui la gente stava materialmente
molto peggio, ma in cui godeva, e godere è ovviamente una parola sbagliata, di
una vera solitudine e di un vero tempo morto. Oggi il tempo della prigione è
totalmente frantumato dal finto pieno della socialità, dalla televisione, dai
frastuoni, dalle continue chiusure e aperture di cancelli e celle. In galera c'è
una simulazione del tempo normale, devastante per via della perenne distrazione
che produce».
Non esiste il silenzio?
«Mai. Non ci sono mai tempi continui. E questo prima che
sulla scrittura e sul pensiero influisce sul sonno. Sono anni che non faccio
quella che si dice una bella dormita: dormo cinquanta volte al giorno per cinque
minuti, anche se ringraziando il cielo faccio ancora dei bei sogni, pieni di
avventure. A chi mi chiede qual è la prima cosa che farei uscendo, io rispondo:
vorrei dormire. Comunque, per tornare alla tua domanda di prima: forse il fatto
interessante è che io vado compiendo una sistemazione della mia vita molto più
ordinata e metodica di quanto non accada alle persone libere. Che non hanno
tempo per pensarci e vanno avanti. Una volta questo tipo di sistemazione era
naturale un pò per tutti, trattandosi di generazioni che avevano conosciuto la
guerra; una parentesi, sì, ma decisiva, che metteva un certo ordine: non esiste
un vecchio che non sappia raccontarti in dieci minuti la propria esperienza di
guerra».
Vorrei tornare un momento alle fonti che utilizzi. Ti è
consentito tenere i libri in cella?
«Si, dopo lunghe ed estenuanti battaglie sono riuscito a
farmi due minuscoli scaffali».
E una volta utilizzati, quei libri finiscono nella biblioteca
del carcere?
«In parte, ma la cosa interessante di questa biblioteca è
un'altra e un giorno o l'altro ne scriverò. Si tratta di un'accozzaglia con
dentro di tutto: testi scolastici, donazioni della Domus mazziniana piuttosto
che della Sellerio. Ma i detenuti chiedono una cosa sola: antologie di poesie
d'amore. E sai perché? Perché quando scrivono le lettere alle fidanzate o alle
mogli prendono tre versi di Petrarca o di Saba e, magari senza capirci niente,
li infilano nella lettera come se fosse roba loro. Con effetti letterari
esilaranti».
Immagino che sarai richiestissimo in qualità di scrivano.
«Ovviamente si e non soltanto per le epistole. Non so quante
migliaia di istanze ho scritto e quante volte ho aiutato detenuti
extracomunitari privi di avvocato: qualche animella, se Dio vuole, è riuscita
pure a venire fuori da questo manicomio».
A proposito di detenuti. Come è vissuto il fuori da chi
sta dentro?
«L'attuale popolazione carceraria è molto peculiare,
essendo la maggioranza composta da tossicodipendenti e prima ancora da
extracomunitari. Di questi ragazzi, sessualmente mutilati, come del resto tutti
qua dentro, fa tenerezza pensare che credono di essere in Italia, non in un
carcere italiano. Se scrivono a casa, non dicono: sono arrivato in Italia e sono
finito in galera perché ho dato a uno della marijuana che un altro aveva dato a
me. Ma dicono: io abito a Pisa e magari mandano una cartolina con su la torre.
Poi c'è l'altro fattore decisivo di identificazione con questo paese: il tifo
calcistico; e tutto questo malgrado la loro vita sia un piccolo inferno, a
cominciare dal fatto che nessuno parla le loro lingue. Ecco, questa è un'altra
dimostrazione dell'impigrimento senile da cui sono affetto: non ho imparato
l'arabo, una vergogna visto che vivo in Arabia da più di sei anni. E' vero, mai
avrei pensato di trascorrere tanto tempo in galera, ma è altrettanto vero che
in passato non mi era mai capitato di visitare un luogo senza impararne almeno
la lingua».
Tra i tanti paradossi della tua situazione c'è anche
questo: viviamo nell'era della comunicazione. La tua condizione impedisce
oggettivamente qualunque normale comunicazione eppure tu, volente o nolente, sei
tra i comunicatori più ascoltati di questo paese.
«Penso che ti sbagli, non credo affatto che questa sia
un'opinione diffusa».
Mettiamola diversamente: nel carcere di Pisa c'è un
detenuto a cui vanno a far visita, oltre ai familiari e a tantissimi amici,
anche ex-presidenti del Consiglio, leadr sindacali, direttori di giornali.
Insomma, l'elite della classe dirigente.
«Ma questo sarebbe successo anche se fossi stato fuori. Con
minore clamore, avendo io sempre condotto una vita discreta e solitaria e avendo
sempre avuto scarsissimo interesse per qualsiasi genere di carriera. No, l'unica
vera anomalia è che sto, ingiustamente, in galera. Ti assicuro: io ho
rinunciato a tenere i fili con i luoghi del dibattito intellettuale, anche perché
non sarei in grado di farlo. Quei fili si sono staccati dalle mie mani.
Il punto è un altro: mi è capitata una cosa assolutamente sconcertante e
questa cosa si è protratta così a lungo ed è stata così penosa che devo
cercare continuamente e disperatamente uno spazio della mia vita che non si
identifichi con il "caso Sofri"».
E come fai?
«E' tutt'altro che facile. Devo fare di necessità virtù.
Mi spiego: ben prima di entrare qui mi ero posto il problema di far
corrispondere il mio modo di pensare al mio modo si essere, tra i quali
ovviamente c'è sempre uno scarto. Ma da un certo punto in avanti, da quando
sono diventato prima un imputato poi un condannato e infine un caso pubblico,
sono stato costretto a pormi radicalmente questo problema. Per esempio cercando
di non essere meschino o vendicativo o vanitoso, perché altrimenti quella che
in condizioni normali sarebbe soltanto una serie di difetti diventerebbe il modo
attraverso cui io vengo interamente risucchiato ingoiato e risputato dal
"caso Sofri". Insomma, devo razionalizzare questa situazione
insopportabile, procedendo a una dissociazione tra il mio caso umano e quello
che penso e che dico; salvaguardando al contempo l'attaccamento che ho, al di
là della mia persona, alle questioni che mi sembrano importanti».
Deve essere terribilmente faticoso.
«In certi casi rasento l'equilibrismo. Pensa alla questione
giustizia. Devo stare attento a non diventare un bolscevico che si autoaccusa
per il bene della Procura di Milano (che invece a me ha fatto molto male) e
contemporaneamente non devo essere assimilato allo schieramento che vuol far
fuori la magistratura di Milano».
Al contempo, l'anomalia della tua posizione ti consente di
non cadere nel politically correct ma neppure nel giochetto, non meno sterile e
tedioso, del suo perenne rovesciamento. Per questo i tuoi articoli, i tuoi
interventi, sono sempre sorprendenti.
«Fare di necessità virtù, dicevo prima. E a questo mi
riferivo. Il tentativo di non tramutare la mia vicenda personale in fondamento
dei miei convincimenti, il mantenere delle posizioni politiche intransigenti e
rigorose senza cadere nel pregiudizio, forse può offrire anche a chi non è
nella mia posizione l'opportunità di un salutare, virtuoso rimescolamento di
carte».
A questo sparigliamento di carte si accompagna un continuo
esercizio di eclettismo.
«Anche qui siamo sempre sul crinale: nell'eclettismo si può
annegare come una mosca nel bicchier d'acqua. Ma l'eclettismo può diventare un
fattore decisivo in un'epoca che si deve liberare dai dogmatismi, dagli
scolasticismi e soprattutto dai gerghi. Si, perché ormai i linguaggi sono
addirittura più minacciosi dei contenuti e delle ideologie. Vedi, per lo più,
quando si è costretti ad abbandonare un certo sistema scolastico, si tende a
sostituirlo con un altro. E allora magari si passa da una concezione classista a
una femminista e poi a una psicoanalitica o, che so io, religiosa. Ma
conservando sempre l'impianto della scrittura sacra. E' necessario invece
abbandonare questo abito mentale e restituire il primato all'esperienza e alla
conoscenza, evitando di ripararsi dietro alla corazza dei linguaggi gergali e
delle preghiere ad essi connesse».
Ma questa necessità c'è sempre stata.
«Certamente. Ma è diventata ancora più importante da
quando è avvenuta quell'inversione della storia del mondo, quella specie di
cortocircuito, che ha reso secondari i conflitti umani rispetto al conflitto tra
genere umano e natura».
E' l'idea della «confederazione degli umani» a te molto
cara. Come far convivere la spinta verso la cooperazione con il riconoscimento
del conflitto?
«Semplicemente invertendo il rapporto tra lo sfondo e il
proscenio. Fino a un certo punto tutta l'attenzione si è concentrata sulle
gesta, nobilissime e tragiche, titaniche e prometeiche degli umani. Eravamo
tutti intenti al nostro serissimo teatrino di ombre, mentre sullo sfondo -
quello della storia naturale - si vedevano soltanto monti e tramonti, mari e
oceani. Da un certo punto in avanti ci siamo accorti che il nostro continuo
menare botte da orbi aveva ferito a morte quello sfondo, il ramo sul quale siamo
seduti. Di più: questa consumazione della terra non è avvenuta soltanto con
guerre e violenze, ma semplicemente abitandola. E allora bisogna cominciare una
nuova battaglia, utilizzando entrambe le mani: una per non farsi trafiggere o
magari per chi pratica la violenza e pratica la barbarie, e l'altra per mettere
riparo alla diga che sta crollando, per il muretto a secco che è caduto. E'
come se si dovesse usare la mano sinistra per riparare lo sfondo e con l'altra
continuare la battaglia nella storia».
Uno sguardo stereoscopico difficile da sostenere.
«Il problema vero è la perdita del senso delle proporzioni.
Come prima si perdeva di vista lo sfondo perché si era tutti impegnati nel
duello delle ombre, ora potrebbe accadere il contrario. Restituire il primato
allo sfondo può renderti disarmato di fronte al fatto che ci sono sempre i
farabutti, i padroni e i servi, le donne deportate, gli operai non pagati.
Quando esponevo la mia posizione a Sebastiano Timpanaro - figura che per me ha
contato moltissimo - lui mi attaccava duramente nella convinzione che io stessi
tradendo gli ideali di giustizia sociale. Temeva che ci fosse un atteggiamento
di complicità oggettiva con i potenti in nome del fatto che stiamo tutti sulla
stessa barca. Ma è proprio così. Siamo sul Titanic, che sta affondando. E
allora il problema diventa: come poter parlare a tutti, anche a quelli della prima
classe, rimanendo però sufficientemente combattivi a difesa delle ragazze della
terza classe, per le quali bisogna assolutamente trovare un posto in scialuppa?».
Proviamo a calare nel concreto questa necessità di
parlare a tutti senza dimenticare che le condizioni, nel naufragio, sono
radicalmente diverse le une dalle altre.
«Quando ho detto ai new global che il problema non era tanto
la linea rossa da profanare nei G8, ma esporre i propri progetti ai presidenti
della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale come se li potessero
capire, intendevo esattamente questo. E sono entusiasta del fatto che alcuni
grandi funzionari di organizzazioni multinazionali o i vari Soros e Stiglitz o
magari qualche premio Nobel che fino a ieri predicava il liberismo cosiddetto
selvaggio, si stiano rendendo conto che andando avanti così siamo tutti fottuti».
Un'ultima domanda. Leggendo il tuo libro, tra le altre, mi
ha colpito una cosa: il tuo persistente amore per la conoscenza e l'esperienza,
anche dall'intemo della galera. «Non c'è esperienza, anche la più avvilente,
che non ci arricchisca», dici.
«Una delle caratteristiche del nostro tempo, in questa parte
di mondo, è di non potersi più nemmeno permettere quell'autocommiserazione
della cui assenza molti si congratulano con me, ma che io invece volentieri
avrei praticato, se non fosse che in ogni momento della nostra vita non possiamo
non ricordarci dei Primo Levi, dei milioni di bambini che muoiono di fame, del
fatto che l'incolumità personale è un lusso di cui gode una piccola parte
della popolazione mondiale.
«Dunque, uno come me che sta semplicemente in galera, che
vuole? Come dice il nostro ministro di Grazia e Giustizia: in fin dei conti i
detenuti hanno pure la televisione a colori. A proposito: non trovi fantastico
che un ministro tecnocratico, un ingegnere, non si renda conto che se avessimo
la televisione in bianco e nero e questa si rompesse, sarebbe quantomeno
problematico trovare i pezzi di ricambio?».
Sono passate tre ore da quando sono entrato nel carcere Don
Bosco. Ora io me ne torno a casa e Adriano Sofri va a farsi una partita a
briscola. Dietro le sbarre.
( * Fonte: la Repubblica - 2 Gennaio 2003)