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:: Intervista ad Adriano Sofri ::

AdrianoSofri: Come il carcere cambia il rapporto col mondo
Intervista di Franco Marcoaldi*

Che cosa pensa e in che misura si trasforma un uomo che vive in galera a contatto con gli altri carcerati e con l'esterno

Un po' di tempo fa mi è capitato di presentare a Bologna l'ultimo libro di Adriano Sofri, Altri Hotel (Mondadori); un libro molto bello, che mi ha colpito per svariate ragioni: a cominciare dalla riconferma di una libertà mentale che la maggior parte di noi, uomini liberi, nemmeno si sogna. «Come un cervo volante catturato dentro una scatola di fiammiferi», Sofri vive recluso in una cella di due metri per tre, ma spazia in ogni dove e senza alcun pregiudizio, sempre attento alle possibilità di creare ponti, connessioni e cortocircuiti. E lo fa utilizzando materiali alti e bassi, anzi altissimi e bassissimi: la Bibbia e Striscia la Notizia, le dame del Carpaccio e una partitella di calcio all'interno del penitenziario.

Gli effetti di questi ponti, connessioni, cortocircuiti, nove volte su dieci risultano spiazzanti e illuminanti. Ma come fa Sofri - mi chiedo - a tenere a mente tutto? I ricordi di un viaggio in Cecenia e quel certo passo del Paradiso di Dante, precise cognizioni di botanica e la ricostruzione millimetrica dell'episodio di Cecilia nei Promessi sposi? Per fargli questa domanda, e insieme per il desiderio di reincontrarlo dopo dieci anni e passa che non lo vedo, sono venuto nel penitenziario di Pisa.

«Ti deluderò subito. Evidentemente c'è un malinteso di cui non so se congratularmi o dispiacermi. La verità è che sono sempre più ignorante e lo riconosco dal fatto banalissimo che il tempo passa e io imparo sempre meno cose. Vivo in un posto chiuso, dove faccio esperienze intense ma straordinariamente mutilate: mentre per il resto mi accade di dimenticare - a una velocità sbalorditiva - quanto conoscevo.Oltretutto ho perduto da molto tempo quelle protesi di cui uno si serve per simulare di saperla lunga. Non ho una biblioteca; non ho, non dico Internet, ma neppure un telefono con cui interpellare un giro di amici competenti nelle diverse materie. So benissimo che molte delle mie affermazioni mancano del dovuto fondamento, ma lo faccio sorretto dall'attenuante, che se vuoi è un'aggravante, di avere le spalle coperte da questa specie di vuoto in cui mi trovo. Quanto alle mie fonti sono esaurite da un pezzo...»

Sarà. Fatto sta che io non ricordo a memoria passi interi del Paradiso di Dante o dei Promessi sposi.

«Non è vero che non te li ricordi. Semplicemente non sei finito in galera e quindi non sei costretto a rovistare nel tuo ripostiglio interiore in cerca delle cose che hai imparato e pensato, delle cose che ti sono successe nel passato»

Messa così, verrebbe da dire che la galera - al di là dei suoi aspetti orribili più evidenti - offre anche delle insperate chances in ordine all'esercizio mentale.

«Mi piacerebbe dire di sì, ma non ci credo. Non oggi. Forse accadeva nelle galere di una volta. Quelle in cui la gente stava materialmente molto peggio, ma in cui godeva, e godere è ovviamente una parola sbagliata, di una vera solitudine e di un vero tempo morto. Oggi il tempo della prigione è totalmente frantumato dal finto pieno della socialità, dalla televisione, dai frastuoni, dalle continue chiusure e aperture di cancelli e celle. In galera c'è una simulazione del tempo normale, devastante per via della perenne distrazione che produce».

Non esiste il silenzio?

«Mai. Non ci sono mai tempi continui. E questo prima che sulla scrittura e sul pensiero influisce sul sonno. Sono anni che non faccio quella che si dice una bella dormita: dormo cinquanta volte al giorno per cinque minuti, anche se ringraziando il cielo faccio ancora dei bei sogni, pieni di avventure. A chi mi chiede qual è la prima cosa che farei uscendo, io rispondo: vorrei dormire. Comunque, per tornare alla tua domanda di prima: forse il fatto interessante è che io vado compiendo una sistemazione della mia vita molto più ordinata e metodica di quanto non accada alle persone libere. Che non hanno tempo per pensarci e vanno avanti. Una volta questo tipo di sistemazione era naturale un pò per tutti, trattandosi di generazioni che avevano conosciuto la guerra; una parentesi, sì, ma decisiva, che metteva un certo ordine: non esiste un vecchio che non sappia raccontarti in dieci minuti la propria esperienza di guerra».

Vorrei tornare un momento alle fonti che utilizzi. Ti è consentito tenere i libri in cella?

«Si, dopo lunghe ed estenuanti battaglie sono riuscito a farmi due minuscoli scaffali».

E una volta utilizzati, quei libri finiscono nella biblioteca del carcere?

«In parte, ma la cosa interessante di questa biblioteca è un'altra e un giorno o l'altro ne scriverò. Si tratta di un'accozzaglia con dentro di tutto: testi scolastici, donazioni della Domus mazziniana piuttosto che della Sellerio. Ma i detenuti chiedono una cosa sola: antologie di poesie d'amore. E sai perché? Perché quando scrivono le lettere alle fidanzate o alle mogli prendono tre versi di Petrarca o di Saba e, magari senza capirci niente, li infilano nella lettera come se fosse roba loro. Con effetti letterari esilaranti».

Immagino che sarai richiestissimo in qualità di scrivano.

«Ovviamente si e non soltanto per le epistole. Non so quante migliaia di istanze ho scritto e quante volte ho aiutato detenuti extracomunitari privi di avvocato: qualche animella, se Dio vuole, è riuscita pure a venire fuori da questo manicomio».

A proposito di detenuti. Come è vissuto il fuori da chi sta dentro?

«L'attuale popolazione carceraria è molto peculiare, essendo la maggioranza composta da tossicodipendenti e prima ancora da extracomunitari. Di questi ragazzi, sessualmente mutilati, come del resto tutti qua dentro, fa tenerezza pensare che credono di essere in Italia, non in un carcere italiano. Se scrivono a casa, non dicono: sono arrivato in Italia e sono finito in galera perché ho dato a uno della marijuana che un altro aveva dato a me. Ma dicono: io abito a Pisa e magari mandano una cartolina con su la torre. Poi c'è l'altro fattore decisivo di identificazione con questo paese: il tifo calcistico; e tutto questo malgrado la loro vita sia un piccolo inferno, a cominciare dal fatto che nessuno parla le loro lingue. Ecco, questa è un'altra dimostrazione dell'impigrimento senile da cui sono affetto: non ho imparato l'arabo, una vergogna visto che vivo in Arabia da più di sei anni. E' vero, mai avrei pensato di trascorrere tanto tempo in galera, ma è altrettanto vero che in passato non mi era mai capitato di visitare un luogo senza impararne almeno la lingua».

Tra i tanti paradossi della tua situazione c'è anche questo: viviamo nell'era della comunicazione. La tua condizione impedisce oggettivamente qualunque normale comunicazione eppure tu, volente o nolente, sei tra i comunicatori più ascoltati di questo paese.

«Penso che ti sbagli, non credo affatto che questa sia un'opinione diffusa».

Mettiamola diversamente: nel carcere di Pisa c'è un detenuto a cui vanno a far visita, oltre ai familiari e a tantissimi amici, anche ex-presidenti del Consiglio, leadr sindacali, direttori di giornali. Insomma, l'elite della classe dirigente.

«Ma questo sarebbe successo anche se fossi stato fuori. Con minore clamore, avendo io sempre condotto una vita discreta e solitaria e avendo sempre avuto scarsissimo interesse per qualsiasi genere di carriera. No, l'unica vera anomalia è che sto, ingiustamente, in galera. Ti assicuro: io ho rinunciato a tenere i fili con i luoghi del dibattito intellettuale, anche perché non sarei in grado di farlo. Quei fili si sono staccati dalle mie mani. Il punto è un altro: mi è capitata una cosa assolutamente sconcertante e questa cosa si è protratta così a lungo ed è stata così penosa che devo cercare continuamente e disperatamente uno spazio della mia vita che non si identifichi con il "caso Sofri"».

E come fai?

«E' tutt'altro che facile. Devo fare di necessità virtù. Mi spiego: ben prima di entrare qui mi ero posto il problema di far corrispondere il mio modo di pensare al mio modo si essere, tra i quali ovviamente c'è sempre uno scarto. Ma da un certo punto in avanti, da quando sono diventato prima un imputato poi un condannato e infine un caso pubblico, sono stato costretto a pormi radicalmente questo problema. Per esempio cercando di non essere meschino o vendicativo o vanitoso, perché altrimenti quella che in condizioni normali sarebbe soltanto una serie di difetti diventerebbe il modo attraverso cui io vengo interamente risucchiato ingoiato e risputato dal "caso Sofri". Insomma, devo razionalizzare questa situazione insopportabile, procedendo a una dissociazione tra il mio caso umano e quello che penso e che dico; salvaguardando al contempo l'attaccamento che ho, al di là della mia persona, alle questioni che mi sembrano importanti».

Deve essere terribilmente faticoso.

«In certi casi rasento l'equilibrismo. Pensa alla questione giustizia. Devo stare attento a non diventare un bolscevico che si autoaccusa per il bene della Procura di Milano (che invece a me ha fatto molto male) e contemporaneamente non devo essere assimilato allo schieramento che vuol far fuori la magistratura di Milano».

Al contempo, l'anomalia della tua posizione ti consente di non cadere nel politically correct ma neppure nel giochetto, non meno sterile e tedioso, del suo perenne rovesciamento. Per questo i tuoi articoli, i tuoi interventi, sono sempre sorprendenti.

«Fare di necessità virtù, dicevo prima. E a questo mi riferivo. Il tentativo di non tramutare la mia vicenda personale in fondamento dei miei convincimenti, il mantenere delle posizioni politiche intransigenti e rigorose senza cadere nel pregiudizio, forse può offrire anche a chi non è nella mia posizione l'opportunità di un salutare, virtuoso rimescolamento di carte».

A questo sparigliamento di carte si accompagna un continuo esercizio di eclettismo.

«Anche qui siamo sempre sul crinale: nell'eclettismo si può annegare come una mosca nel bicchier d'acqua. Ma l'eclettismo può diventare un fattore decisivo in un'epoca che si deve liberare dai dogmatismi, dagli scolasticismi e soprattutto dai gerghi. Si, perché ormai i linguaggi sono addirittura più minacciosi dei contenuti e delle ideologie. Vedi, per lo più, quando si è costretti ad abbandonare un certo sistema scolastico, si tende a sostituirlo con un altro. E allora magari si passa da una concezione classista a una femminista e poi a una psicoanalitica o, che so io, religiosa. Ma conservando sempre l'impianto della scrittura sacra. E' necessario invece abbandonare questo abito mentale e restituire il primato all'esperienza e alla conoscenza, evitando di ripararsi dietro alla corazza dei linguaggi gergali e delle preghiere ad essi connesse».

Ma questa necessità c'è sempre stata.

«Certamente. Ma è diventata ancora più importante da quando è avvenuta quell'inversione della storia del mondo, quella specie di cortocircuito, che ha reso secondari i conflitti umani rispetto al conflitto tra genere umano e natura».

E' l'idea della «confederazione degli umani» a te molto cara. Come far convivere la spinta verso la cooperazione con il riconoscimento del conflitto?

«Semplicemente invertendo il rapporto tra lo sfondo e il proscenio. Fino a un certo punto tutta l'attenzione si è concentrata sulle gesta, nobilissime e tragiche, titaniche e prometeiche degli umani. Eravamo tutti intenti al nostro serissimo teatrino di ombre, mentre sullo sfondo - quello della storia naturale - si vedevano soltanto monti e tramonti, mari e oceani. Da un certo punto in avanti ci siamo accorti che il nostro continuo menare botte da orbi aveva ferito a morte quello sfondo, il ramo sul quale siamo seduti. Di più: questa consumazione della terra non è avvenuta soltanto con guerre e violenze, ma semplicemente abitandola. E allora bisogna cominciare una nuova battaglia, utilizzando entrambe le mani: una per non farsi trafiggere o magari per chi pratica la violenza e pratica la barbarie, e l'altra per mettere riparo alla diga che sta crollando, per il muretto a secco che è caduto. E' come se si dovesse usare la mano sinistra per riparare lo sfondo e con l'altra continuare la battaglia nella storia».

Uno sguardo stereoscopico difficile da sostenere.

«Il problema vero è la perdita del senso delle proporzioni. Come prima si perdeva di vista lo sfondo perché si era tutti impegnati nel duello delle ombre, ora potrebbe accadere il contrario. Restituire il primato allo sfondo può renderti disarmato di fronte al fatto che ci sono sempre i farabutti, i padroni e i servi, le donne deportate, gli operai non pagati. Quando esponevo la mia posizione a Sebastiano Timpanaro - figura che per me ha contato moltissimo - lui mi attaccava duramente nella convinzione che io stessi tradendo gli ideali di giustizia sociale. Temeva che ci fosse un atteggiamento di complicità oggettiva con i potenti in nome del fatto che stiamo tutti sulla stessa barca. Ma è proprio così. Siamo sul Titanic, che sta affondando. E allora il problema diventa: come poter parlare a tutti, anche a quelli della prima classe, rimanendo però sufficientemente combattivi a difesa delle ragazze della terza classe, per le quali bisogna assolutamente trovare un posto in scialuppa?».

Proviamo a calare nel concreto questa necessità di parlare a tutti senza dimenticare che le condizioni, nel naufragio, sono radicalmente diverse le une dalle altre.

«Quando ho detto ai new global che il problema non era tanto la linea rossa da profanare nei G8, ma esporre i propri progetti ai presidenti della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale come se li potessero capire, intendevo esattamente questo. E sono entusiasta del fatto che alcuni grandi funzionari di organizzazioni multinazionali o i vari Soros e Stiglitz o magari qualche premio Nobel che fino a ieri predicava il liberismo cosiddetto selvaggio, si stiano rendendo conto che andando avanti così siamo tutti fottuti».

Un'ultima domanda. Leggendo il tuo libro, tra le altre, mi ha colpito una cosa: il tuo persistente amore per la conoscenza e l'esperienza, anche dall'intemo della galera. «Non c'è esperienza, anche la più avvilente, che non ci arricchisca», dici.

«Una delle caratteristiche del nostro tempo, in questa parte di mondo, è di non potersi più nemmeno permettere quell'autocommiserazione della cui assenza molti si congratulano con me, ma che io invece volentieri avrei praticato, se non fosse che in ogni momento della nostra vita non possiamo non ricordarci dei Primo Levi, dei milioni di bambini che muoiono di fame, del fatto che l'incolumità personale è un lusso di cui gode una piccola parte della popolazione mondiale.

«Dunque, uno come me che sta semplicemente in galera, che vuole? Come dice il nostro ministro di Grazia e Giustizia: in fin dei conti i detenuti hanno pure la televisione a colori. A proposito: non trovi fantastico che un ministro tecnocratico, un ingegnere, non si renda conto che se avessimo la televisione in bianco e nero e questa si rompesse, sarebbe quantomeno problematico trovare i pezzi di ricambio?».

Sono passate tre ore da quando sono entrato nel carcere Don Bosco. Ora io me ne torno a casa e Adriano Sofri va a farsi una partita a briscola. Dietro le sbarre.

( * Fonte: la Repubblica -  2 Gennaio 2003)