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:: Pasdaran di Bush ::

Pasdaran di Bush
di Giulietto Chiesa

"Bisogna sempre tener presente che la provvidenza ci ha dato il più grande imperatore di tutti i tempi, che è lui a decidere della sorte di tutti, quindi anche della nostra, e che possiamo fidarci totalmente di lui". A volte distrarsi un po' con le letture classiche - in questo caso di Ivo Andric (La cronaca di Travnik) - aiuta a trovare perle come questa, luci con le quali orientarci nel giudicare il presente. Solo così, infatti, si riesce a interpretare quel groviglio di argomenti, così arguti e interessanti, perfino talvolta esilaranti, che i sostenitori italiani della guerra stanno usando alla vigilia dei primi bombardamenti che colpiranno il demonio vulnerabile Saddam Hussein, il terzo della serie in rapida successione, dopo Milosevic e Osama bin Laden.

Demoni dai destini diversificati dal capriccio dell'imperatore: uno in vita ma incarcerato, l'altro disperso ma molto ciarliere, il terzo che deve morire. Deliziosi questi nostri commentatori, che ci cantano la ninna nanna, proprio come le vecchie bambinaie che - è ancora Andric a parlare - cercano di addormentare il bambino, raccontandogli lunghe storie, e alla fine si addormentano loro mentre il bambino resta sveglio. Il loro è il sonno della ragione, mentre l'opinione pubblica, che loro vorrebbero addormentare, resta ben desta. Per fortuna. Scrivo queste righe da Mosca, con un giornale aperto davanti, dove si dice che secondo l'ultimo autorevole sondaggio d'opinione il 61 per cento dei russi chiede al proprio governo di rimanere fuori dalla prossima guerra anglo-americana (Ferrara Giuliano dice, forse perché lo spera, "americano-israeliana"). 

La sorpresa non è questa, tuttavia. Questo risultato ci dice, in sostanza, che i russi non sono molto diversi dal resto degli europei, occidentali e perfino orientali. Quello che dicono i governi rispettivi è in contrasto con le opinioni pubbliche, e anche questo ci dice qualcosa sullo stato della democrazia occidentale. E solo questione di percentuali: chi è contro, chi è molto più contro, chi è inesorabilmente contro. Ma, come direbbe sempre Ferrara, con le sue citazioni latine, con le quali bacchetta perfino il direttore del Corriere della Sera, De Bortolis, forse già informato del suo destino, in cauda venenum: risulta che il 19 per cento dei russi vorrebbero addirittura che la Russia si schierasse con Saddam Hussein, e solo il 7 per cento vorrebbero che facesse la guerra al fianco dell'America. Eppure a Mosca tutti i giornali che contano, tutte le tv che contano (cioè tutte), sono molto pro-americane, tutti i giorni. 

Alt, mi fermo un attimo per ascoltare le rimostranze di Enrico Montana e di Clemente Mimun, gestori dei due telegiornali più bellicosi e bellicisti d'Italia. Ma come? Non hai sempre detto che noi manipoliamo il pubblico? A quanto pare il pubblico italiano non è stato manipolato, visto che è contro la guerra nonostante noi, contro di noi! Esatto, cari, ma il fatto che il pubblico italiano sia contro la guerra non dimostra affatto che voi non manipolate. Voi manipolate, eccome! Tutti i giorni, tutte le sere. Se non ci foste voi a manipolare, l'opinione pubblica italiana non sarebbe contraria alla guerra per il 75 per cento, come dice il sondaggio di Famiglia Cristiana, sarebbe contraria al 90 per cento, probabilmente. Certo che non lo posso sapere. Ma nemmeno voi potete sapere.

Dunque ipotizziamo. Ma siete voi a confessare la vostra menzogna, con la vostra applicazione quotidiana dell'infotainment (informazione più entertainment, sempre più entertainment e sempre meno informazione), con la messa in pratica delle idee comunicative del vostro grande teorico (peggio per voi), Carlo Rossella, a proposito delle soft news, cioè delle notizie leggere. Che è come riconoscere - poiché il peso delle notizie non dovreste deciderlo voi - che voi sottraete alle notizie sale, o aggiungete zucchero, o semplicemente, se sono indigeste, le cancellate e al loro posto ci mettete la mamma di Gogne. Come avete fatto e continuate a fare. Tutti i giorni. Invece, il fatto che la gente (la maggioranza) non vi crede dimostra soltanto che una parte grande degl'italiani è figlia della Costituzione democratica, della immensa esperienza accumulata collettivamente sotto quella protezione. E capisce, si difende, come può. 

E quando la misura è colma reagisce, come sta facendo. Giuliano Ferrara, invece, non è per le soft news. Lui, che viene dall'esperienza comunista, che l'ha così bene introiettata da riuscire ad applicarla anche da anticomunista, è un "costruttore di anime". Proprio come diceva Lenin: "II giornale è un organizzatore collettivo", e lui usa il suo (quello che il suo padrone gli ha prestato) esattamente come i bolscevichi. Anche lui non si preoccupa molto delle notizie, dei fatti. Lui vuole un giornalismo impegnato^ che "si assuma esplicita responsabilità". A lui non piacciono i cacasenno, che si fanno delle domande, che "complicano le cose" (le virgolette indicano che sto citando le sue parole). Se complichiamo le cose finiamo per restare svegli, e lui vuole che dormiamo dopo la favoletta che ci racconta. In quella tavoletta tutto è semplice e lindo. Ci sono l'America e Israele, nel mirino dei terroristi. 

Noi europei siamo fuori del gioco, con le nostre discoteche intatte, i nostri autobus che non saltano per aria (per ora). E "chi si mette di traverso al build up americano, è colui che nega il diritto di legittima difesa alle vittime dell'11 settembre e della campagna di terrorismo che ha devastato Israele". Notare il linguaggio criminal-mafioso: non "mettetevi di traverso". Per il resto, tutto e chiaro in questa tavoletta edificante, dove i buoni e i cattivi sono stati designati senza possibilità di equivoco. Non piace a Ferrara che qualcuno tiri fuori ciò di cui tutto il mondo parla, a cominciare dai più importanti, dai più autorevoli commentatori americani: cioè delle "ambizioni espansionistiche e petrolifere di Israele e dell'Amministrazione di Bush". Queste sono cose che non si devono dire nei salotti buoni, guastano l'appetito dei commensali che sono venuti per deliziarsi della colorita prosa dell'Apostata. 

Questa è dunque, prima di addormentarci, "una guerra anglo-americana e israeliana", una "sfida al male portata da ebrei e cristiani". Nel caso dei cristiani si tratta di quelli buoni, perché dall'altra parte ci sono anche - per la furia iconoclasta di Baget Bozzo - il papa, l'arcivescovo di Canterbury, il patriarca ortodosso di tutte le Russie. Qui la truffa è palese, perché Giuliano Ferrara (voglio restituirgli uno dei complimenti che usa farmi dalle colonne del Foglio} è troppo intelligente per pensarla così semplice. Non ci credo, che sia così rozzo. Sotto questo presunto ragionamento vengono sepolte tutte le ragioni di merito, tutti gli argomenti dei quali si nutre la ragione, la politica, perfino l'umanità. Visto che, oltre alle vittime dell'11 settembre e a quelle israeliane (e quelle afghane e a quelle nicaraguensi e a quelle palestinesi, e a quelle irachene che già ci sono state e sono centinaia di migliaia), moriranno altri iracheni, altri bambini, altri vecchi innocenti e altri padri e altri fratelli e sorelle che non hanno colpe, visto tutto questo, vogliamo parlare di fatti? Almeno una volta? 

Vogliamo spiegare qual è - se qualcuno l'ha provato - il rapporto tra Iraq e Osama bin Laden? Al riguardo si può solo dire che Colin Powell è andato all'Onu a fare la più clamorosa delle fìguracce mondiali, leggendo, tra l'altro, un rapporto preparato dai servizi segreti britannici sulla base di una ricopiatura maldestra di una tesi di laurea vecchia di dieci anni, un saggio che qualcuno degli agenti segreti di Sua Maestà britannica aveva trovato su Internet. Vai a fidarti degli amici! Capisco che Ferrara può non sapere il tedesco, ma Claudio Magris, che il tedesco lo conosce bene, ne ha .riferito, con sottile ironia, sulle colonne di De Bortolis, citando il giornale tedesco che aveva ricostruito l'incredibile vicenda. Possibile che un giornalista così raffinato come Ferrara si beva delle panzane così madornali senza provare nausea? Non ci credo. Penso più logicamente che sia un bolscevico, che pensa che la contro-rivoluzione è più importante della verità. Nel caso specifico, che la vendetta, la guerra, siano più importanti della verità e dell'umanità.

L'imperatore donateci dalla provvidenza è infallibile, ma i suoi maggiordomi - parlo di Tony Blair, un tempo candidato a leader della sinistra moderata europea - possono sbagliare. Pazienza. Ma come può crederci un costruttore di anime come Ferrara? Io sospetto che la sera, a letto, gli scappi da ridere, come faceva Stalin dopo avere fatto fuori qualcuno che credeva di essere suo amico. In questa guerra contro il Male sparisce ogni domanda sulle cause, sulla storia, sui trascorsi dei cattivi e dei buoni, delle vittime e dei carnefici. Sparisce ogni invocazione alla pietà per le vittime, per tutte le vittime. Perché quando si chiede - e s'impone con la forza - la pietà solo per alcune delle vittime, e le altre le si ignora, perché si è deciso che non contano, significa che si pensa che il dolore degli "altri da noi" vale di meno del nostro. Cioè si fa del semplice, banale, rivoltante razzismo, come quello dei trinariciuti leghisti che si usano al governo. 

Cioè si mettono un gradino più sotto gli uomini le donne e i bambini che "contano di meno", cioè che "valgono di meno". E così si produce soltanto odio, da estinguere con altro odio. Sotto il peso di questa favola tragica, che non fa dormire, soffoca la legalità internazionale. Farvi ricorso - dice Ferrara - "è complicato". E qui ha ragione. Fare ricorso a qualche norma è davvero complicato. Infatti per costruire faticosamente quelle norme hanno pensato per decenni, e discusso e confrontato tesi diverse, migliaia di teste delle migliori che l'umanità abbia prodotto e che l'Occidente abbia creato. Ma, siccome "è complicato" usare la politica e la diplomazia, meglio fare ricorso a metodi più sbrigativi. Si fa prima a sparare, non c'è dubbio. Entrare nel merito non gl'interessa. Non si fa distrarre, Ferrara, dai dettagli. Quindi la icastica e fredda esposizione dei suoi teoremi bellicisti lascia il posto a una nebulosa serie di formulazioni laddove si dovrebbe cercare di spiegare qualcosa al lettore in cerca di notizie. 

"Il risvolto esplicito, universalmente riconosciuto", di dover "diminuire un rischio strategico legato all'offensiva terroristica e alla detenzione di armi di distruzione di massa da parte del regime iracheno"... "Risvolto esplicito"? Ma come scrive, questo Ferrara? "Universalmente riconosciuto"? E quale universo l'avrebbe riconosciuto? E quale sarebbe, di nuovo, il nesso tra 1'"offensiva terroristica" e Baghdad? Chi l'ha provato questo nesso? Strana disaffezione alla chiarezza; strano affanno nel cercare di dare per dimostrato ciò che dimostrato non è. Di nuovo torna il sospetto che il bolscevico Giuliano Ferrara faccia il finto tonto. Perché non 'è credibile che sia così poco accorto da mettersi al paro con Galli della Loggia nell'ignorare gli argomenti della stampa americana più conservatrice. Se lo facesse non rischierebbe il ridicolo difendendo la guerra americana con tesi "etiche" che negli Stati Uniti usano ormai soltanto i commentatori più rozzi di Fox Tv. 

Se si fosse letto i commenti, per esempio, di quel campione di aggressività conservatrice che si chiama Thomas Friedman, si sarebbe accorto che "questa guerra ha due obiettivi, uno dichiarato e l'altro non dichiarato". A proposito, non viene in mente a nessuno che questo dimostra già abbondantemente che si vuole menare per il naso l'opinione pubblica internazionale? Altrimenti perché ci sarebbe bisogno di nascondere uno dei due obiettivi? Che comunque sarebbero: il primo di disarmare l'Iraq, il secondo di abbattere il regime per trasformarlo "in qualcosa di meglio". In altri termini si usa il disarmo dell'Iraq per fare una guerra il cui vero scopo è di ottenere un cambio di regime in un paese sovrano. E siccome questo è vietato dagli statuti dell'Onu e dal diritto internazionale, si usa il primo obiettivo come un cavallo di Troia per ottenere il secondo. 

Il quale secondo obiettivo è il frutto di un delirio di onnipotenza che appare chiaramente al di fuori delle possibilità reali degli Stati Uniti, poiché è (o dovrebbe essere) evidente a chiunque che non sarà possibile imporre a un miliardo e 200 milioni di cinesi l'american way of life, e altrettanto impossibile sarà l'imporlo a un miliardo di indiani, o di africani, e perfino agli europei amici o ai latino-americani a lungo assoggettati. Il che nella migliore (cioè meno sanguinosa) delle ipotesi significherà che gli Stati Uniti dovranno comunque acconciarsi a un mondo differenziato e diverso dai loro standard, e nella peggiore delle ipotesi dovranno scendere in guerra con tutti, uno dietro l'altro. Il che significa che ci aspettano cinquant'anni di guerre feroci e un incremento inevitabile e tremendo di ogni forma di terrorismo possibile e immaginabile. 

Possibile che non si veda questa elementare realtà? Possibile che la cupidigia di servilismo riduca persone di normale intelligenza a perdere ogni idea di realismo? Possibile, evidentemente. Del resto, come scriveva Robert Musil, "anche un cane di razza si cerca un posto sotto la tavola, insensibile ai calci non per bassezza canina ma per affetto e fedeltà". Non di freddo calcolo in favore della menzogna noi stiamo qui discettando, ma di "spiriti felicemente equilibrati, che nutrono sentimenti veri e profondi per le persone e le condizioni capaci di portare loro vantaggio". Solo così si spiega la straordinaria capacità di alcuni di questi commentatori "di tenere così ben divisi due pensieri contraddittori da non lasciare che c'incontrino nella loro coscienza" (ancora Musil). 

In realtà, la faccenda è ancora più sporca perché i due obiettivi di cui parla Friedman sono entrambi falsi. Essi servono a coprire, sotto due mantelli (le armi per ora presunte e la presunzione degli Stati Uniti di avere il diritto di decidere come dev'essere guidato un paese sovrano), la volontà americana di impadronirsi delle riserve petrolifere dell'Iraq e di dettare all'Europa e al mondo intero la dominazione imperiale americana. Chi è l'antiamericano che parla in questo modo? Chi è il cacasenno che sicuramente fa infuriare Ferrara? Ma niente di meno che Baget Bozzo. Che ci comunica (Il Giornale, 11 febbraio) che "dopo la fine del comunismo l'America ha ritrovato un nuovo nemico, ed è un nemico proporzionato". Traspare il sollievo, in quel passato prossimo "ha ritrovato". Finalmente! E un nemico, per giunta, "proporzionato". 

Ma che fortuna! E, da quel momento, "la fortezza-impero americano è un potere cui tutti sono subordinati". E la sua minaccia di guerra "si è esercitata non solo sul mondo arabo, ma su tutte le potenze mondiali". La chiarezza non manca a Gianni Baget Bozzo, le cui letture hobbesiane devono avere da tempo surclassato quelle dei Vangeli. Certo, dopo avere compitato con qualche evidente fatica queste frasi ci si aspetterebbe almeno un briciolo di comprensione per i tentativi difensivi delle altre potenze mondiali verso le dichiarazioni di guerra americane. E comunque si capisce, anche senza che Baget Bozzo ce lo dica, o se ne accorga, che l'Iraq non c'entra più niente. Qui siamo di fronte a un inno, a un peana indirizzato all'Impero vittorioso, che torce le braccia a tutti gli altri, in primo luogo a ogni idea di arbitrato e di limitazione dei suoi poteri. Perché "non sono le Nazioni Unite che hanno condizionato gli Stati Uniti, sono gli Stati Uniti che hanno imposto la loro politica alle Nazioni Unite". 

Perfetto, assolutamente esatto, a parte l'enfasi  dei latrati, che portano a una conclusione errata. Dice infatti Baget Bozzo, sbagliando clamorosamente l'epilogo, che "gli Usa hanno vinto la politica, [per cui] è molto improbabile che abbiano a combattere una guerra, proprio perché sono disposti a farla". Ahimè, proprio perché hanno predisposto tutto per farla, perché gli serviva e gli serve, per le cose stesse che Baget Bozzo ci ha spiegato, la faranno. Col che tutti gli altri argomenti si trasformano in chiacchiere vane, come quelli del signor Merlo, che passerà alla storia - sempre che trovi un Karl Kraus che lo canti - come l'inventore del ballo del "Né-Né", proprio alla vigilia del massacro iracheno.

(fonte:  i quaderni di MicroMega - No alla guerra di Bush!)