Isolazionisti per vocazione, gli Stati Uniti non hanno mai
pensato al proprio ruolo in termini imperiali. Ma l'11 settembre ha cambiato
tutte le regole. Spiazzando l’Europa.
Ho riletto in
questi giorni uno dei più inquietanti racconti allegorici di Jorge Luis
Borges, L'altro, e vi ho ritrovato un'osservazione dimenticata che mi
è apparsa quanto mai pertinente e attuale: «L'America, intralciata dalla
superstizione della democrazia, non si decide a essere un
impero».
Gli americani avevano combattuto tutte le loro guerre
novecentesche come salvatori democratici, come liberatori, mai come imperialisti
aggressori. La «superstizione della democrazia» animò gli interventi militari e
gli errori iperidealisti di Wilson e di Roosevelt nella Prima e nella Seconda
guerra mondiale. La Corea, il Vietnam, la prima campagna del Golfo, poi la
campagna del Kosovo segnarono le tappe d'inizio e di conclusione di una
lunghissima guerra fredda intrapresa per salvare l'Asia e l'Europa dal
comunismo e proteggere il mondo dalle successive minacce postcomuniste.
La repubblica degli Stati Uniti assumeva così, nel corso di un secolo,
inevitabili quanto involontarie dimensioni imperiali. Dopo il crollo dell'Urss e
la fine del bipolarismo, l'America diventava automaticamente, quasi suo
malgrado, in contrasto con le sue perenni pulsioni isolazioniste, l'impero più
riluttante e più potente nella storia dell'umanità. Un impero, come acutamente
osservava Borges, che non si decideva a considerarsi tale: una superpotenza
solitaria, intralciata dalla superstizione democratica, alla quale
paradossalmente mancavano l'istinto e la volontà di potenza. Si ricorderà che
George W. Bush, quando nella sua campagna elettorale affrontava temi di politica
estera, non parlava da imperialista, bensì da conservatore isolazionista. Non
prometteva agli americani la conquista ma il ritiro dal mondo, dal Kosovo, dalla
Bosnia, dal Medio Oriente.
Tutto questo è stato improvvisamente
ribaltato dalla tragedia dell'11 settembre, dal proditorio atto di guerra
sferrato da Al Qaeda contro i grattacieli di New York e i ministeri di
Washington. L'isolazionismo, che ha le sue radici teoriche nella dottrina
Monroe, si basava in gran parte su una duplice «superstizione», insieme
idealistica e geografica: la spinta a diffondere benessere e democrazia
nell'ambito di un emisfero americano isolato e protetto dagli oceani. Ma dopo il
trauma dell'11 settembre l'isolazionista Bush ha dovuto ricredersi avvertendo
gli americani che la protezione degli oceani era finita; la barriera delle acque
non era più in grado di tenere alla larga dal continente un nemico imponderabile
come il terrorismo.
Da quel momento e in quel momento l'America,
insieme con la consapevolezza di essere diventata per la prima volta vulnerabile
sul proprio territorio, è diventata anche consapevole di essere un impero
assoluto e perdipiù in stato d'emergenza. Il presidente si è congedato
dall'isolazionismo, assumendo più che mai il ruolo e la grinta di capo militare
e interventista. Ha lanciato gli eserciti contro i talebani e i covi di Osama
Bin Laden in Afghanistan, ha optato per l'unilateralismo castrense, ha
voltato le spalle all'Europa neutralista di Versailles, è giunto, utilizzando
l'Onu e aggirandola, alle ultime battute dello scontro con Saddam Hussein.
L'intralcio dell'idealismo democratico è stato per la prima volta allontanato e
l'America, vestendo il grigioverde, si è trasformata in una democrazia armata e
ormai consapevolmente imperiale. Anche la diplomazia americana è diventata una
diplomazia di guerra, che tanti europei non riuscivano più né a comprendere né a
giustificare, né a seguire.
Il mutamento eccezionale della più forte
nazione d'Occidente non poteva quindi che mettere in crisi l'Onu, la Nato e
l'Unione Europea. Il contraccolpo si è ripercosso gravemente sulle alleanze
militari tradizionali, sulle regole e i cavilli del diritto internazionale, sui
processi dell'integrazione europea. La guerra asimmetrica tra americani e
terroristi islamici, la guerra preventiva che si prepara contro l'Iraq rischiano
di provocare ora una duplice frattura tra Europa e Usa e all'interno dell'Europa
stessa lacerata in antiamericani e filoamericani. Mai l'Occidente, dal 1945, si
era trovato in così profondo disaccordo con se stesso. Non sappiamo quando e
come tali lacerazioni potranno cicatrizzarsi. Crediamo però di sapere che nella
crescente incomunicabilità tra Vecchio e Nuovo mondo non sono veramente in gioco
né gli arsenali di Saddam né i tiramolla al Palazzo di vetro. è in gioco il
fatto dirimente che, dall'autunno 2001, l'America si trova e si sente in stato
di guerra e l'Europa no.