Tutti per la pace e ciascuno a nome suo, provenendo da infinite direzioni, sono
affluiti in un fiume immenso che ha invaso le strade di Roma. Una folla sterminata di
individui che si ribellano al comune senso della verità, che gettano via gli abiti della
«guerra giusta» fabbricati per il cervello sociale dai mezzi di comunicazione ed
espongono le loro idee nude e crude. Uno scandalo.
Nel nostro tempo reale non
potrebbe e non dovrebbe esistere un'opinione pubblica senza antenne e senza
giornali, tutte le idee andrebbero considerate una risorsa da non sprecare, anche le
più estreme, anche le più mediamente intollerabili. Ma la cultura della guerra non
ammette dibattiti e considera i ragionamenti diversi pericolose concessioni al
nemico. Così ogni giorno che passa siamo un po' meno liberi, cresce una paradossale
somiglianzà tra i media occidentali e quelli che una volta nel socialismo reale
pretendevano di educare le masse e di diffondere la verità, si accresce il senso di un
impoverimento culturale e aumenta la paura.
Come se l'avventura democratica non
avesse altre frontiere da esplorare. Come se il mondo non si potesse trasformare in
meglio. Come se non ci restasse che difendere in un'ultima, estrema, battaglia il
nostro stile di vita. La Rai ha rifiutato la diretta e, ciò che è più grave, lo ha fatto
adducendo ragioni politiche. Le stesse che le avevano consigliato di non trasmettere
il rapporto degli ispettori o di non ospitare Tarek Aziz a Porta a Porta. Dunque una
trasmissione televisiva diviene l'anticamera del governo e la televisione pubblica
ministero della Comunicazione e dell'Educazione civica. Milioni di persone, la metà
del paese, restano fuori, trattati come pericolosi terroristi.
Ma allora che senso ha
chiamarsi servizio pubblico? E quanti danni industriali si subiscono ignorando una
tale domanda di partecipazione? La guerra tende a far apparire trascurabile il caso
italiano, il monopolio dell'informazione gestito da una sola persona. Berlusconi si
mette l'elmetto per difendere l'Occidente e la patria in pericolo. D'altra parte cosa
succede nella prima democrazia del mondo? Negli Stati Uniti chi denuncia le
aberrazioni di Guantanamo, la sospensione di diritti costituzionali, la tortura, la finta
informazione che precede la guerra?
L'altro giorno su Repubblica un ottimo
giornalista come Magdi Allam raccoglieva, guarda caso, dalla Fox, la notizia di
un'arma intelligente nelle mani di Saddam: si chiama Jammer. Un
piccolo congegno informatico per deviare su obiettivi civili il percorso
delle bombe intelligenti.
Anche i danni collaterali saranno da oggi in poi attribuibili a Saddam.
La televisione va in guerra con «i nostri ragazzi», racconta bambini
in lacrime alla partenza dei soldati e propone con tempestiva insistenza inediti
ritratti del dittatore spietato. Non vedremo morire marines, non vedremo elicotteri
in fuga con soldati disperati appesi alle scalette: dal Vietnam è passata un'eternità.
Non abbiamo visto le centinaia di migliala di cadaveri iracheni inceneriti sulla strada
da Bassora a Baghdad.
Solo tracciati di fuochi artificiali che solcavano la notte. Solo
immagini intelligenti. Ma non sentiremo nemmeno più Peter Arnett o Samarcanda parlarci
dell'attacco imminente. Solo parole intelligenti che appartengono agli eserciti e al
potere politico e che non c'entrano nulla con l'informazione. La guerra da tempo non
ha l'immagine della morte e dei corpi straziati; e nemmeno il suo odore deve essere
percepito. Ma adesso è difficile perfino parlarne. In Afghanistan gli aerei americani
vigilano giorno e notte. I radar segnalano una sparatoria. Ci vuole un attimo per
raggiungere la località dove sarebbe in corso un'azione terroristica. Fuoco!
Forse
sono quaranta gli invitati al matrimonio che muoiono. Nessuno li conterà. Forse
qualche bambino resta imprigionato nel buco profondo fatto da una bomba. Quante
ore? Nessuno lo saprà. A San Giuliano, quei bambini sepolti vivi e noi attaccati
al televisore che avremmo fatto qualsiasi cosa, avremmo infilato le mani nel vetro
per rimuovere un mattone o un pezzo di cemento. In Afghanistan niente telecamere.
Un burka steso sulla realtà senza fessure per gli OCchi. Qualcuno ha scritto che le manifestazioni sono diventate pagine di notizie alternative, veri e propri media, i giornali e le televisioni che non ci sono.
Giornalista è chi sfila col suo cartello autocostruito, giornalista chi espone alla propria finestra la bandiera della pace, dal momento che racconta di una realtà ignorata; giornalismo sono le canzoni e gli slogan, i volantini e gli striscioni. Il peso informativo di questa gigantesca massa umana non si esercita soltanto scendendo in piazza con appuntamenti straordinari. C'è una miriade di
contatti, un tam tam fitto e continuo che tiene in vita una comunicazione invisibile quanto imponente. La rete.
Allora vadano al diavolo Berlusconi e il Grande Fratello, Sacca e la
sua marmellata spacciata per servizio pubblico? LA7 ha trasmesso
la diretta: viva LA7!
Anche se quella trasmissione si è svolta m libertà vigilata, con Ferrara, Selva e Teodori. Comunque meglio della
Rai. Si può pretendere di più? Questa televisione è inguardabile.
Questa televisione è indecente come chi ci governa. Questa televisione
è deficiente. Meglio non averci niente a che fare. Ma quanti sono a ragionare così? Tre milioni di persone, secondo il Censis,
prevalentemente donne, prevalentemente del Sud e del Nord-Est bassamente
scolarizzato, formano la propria opinione esclusivamente attraverso la televisione. Non
usano il computer, non leggono giornali, non possiedono un telefonino.
Otto milioni di
persone si trovano in una situazione quasi identica: diciamo che usano raramente il
telefonino ma non sanno come inviare «un sms». La metà della popolazione italiana
legge raramente un libro o un giornale e adopera quasi esclusivamente la tv per farsi
un'idea di quanto accade nel mondo. Parliamo di televisione generalista non di quella
satellitare, non di pay-tv. Ho paragonato questo mondo ad una sterminata periferia
metropolitana, una prigione culturale dalla quale è molto difficile evadere. Esiste un
esercito di persone che pensa attraverso quello che vede, direi che è pensato da quello
che vede. Sono i frequentatori abituali del McDonald's dei sogni, quelli che gli spot
raggiungono facilmente, quelli che decidono cosa votare nelle due settimane precedenti
il voto.
Apprendono dai telegiornali che Blair ha le prove, grazie ai suoi servizi segreti,
che Saddam possiede armi di distruzioni di massa ma non leggeranno gli editoriali nei
quali si dice: «E una bufala copiata da un articolo pubblicato anni prima su Internet». In
Italia la televisione sta subendo un rapidissimo declino a causa del suo assetto
monopolistico. Si parla a sproposito di qualità, dimenticando che solo una sana
concorrenza può produrre buoni programmi. Direi che la polemica sulla qualità spiana
la strada agli interventi censori e quella sulla obiettività diviene il vettore
dell'omologazione dell'informazione e del conformismo culturale. Niente di buono può
venire dal fatto che in un modo o nell'altro il governo detti regole agli operatori.
Nessun
serio controllo può essere esercitato da organi che si chiamano indipendenti ma
derivano la loro autorità dai partiti e dai meccanismi di lottizzazione. Chi è stato
deputato o presidente del Consiglio non dovrebbe poter essere messo in condizioni di
svolgere funzioni da garante. In Italia accade; e viene in questo modo apertamente
violato il principio di terzietà dell'autorità amministrativa contenuto nella nostra
Costituzione. Di Berlusconi abbiamo detto tutto il male possibile; ma i leader
dell'opposizione credono nell'indipendenza dei giornalisti? Sono favorevoli a liberare la
Rai dalla morsa dei partiti? Sono disposti a rinunciare a gestire i loro piccoli lotti?
Farebbero una battaglia per liberalizzare il sistema televisivo impegnando tutte le loro
forze?
Non si accorgono che si sta creando un muro tra l'Italia che utilizza Internet, i
giornali, la radio, la tv, i libri per formarsi un'opinione e l'Italia culturalmente povera,
confinata nella grande periferia televisiva, sottomessa all'azione del Grande Fratello.
Una divisione che aggrava le altre esistenti: quella tra chi ha fiducia nella magistratura
e chi non ne ha nessuna; quella tra chi crede ciecamente nella televisione e chi non ci
crede affatto. Ma sarebbe un grave errore se, dopo il 15 febbraio, il movimento per la pace
ritenesse di non aver altra scelta se non rifiutare l'informazione ufficiale e rifugiarsi,
per fare la resistenza, sulle montagne del web e dei canali satellitari. Accoglieremo fra poco
la fusione tra Stream e Tele Più, lo sbarco di Murdoch come quello di un liberatore?
E già
successo con Berlusconi quando infranse a colpi di Dallas il monopoho della Rai che aveva esaurito
le spinte della riforma e di Rai Due. Anche allora fu la sinistra di movimento ad aprire la strada
con le radio locali, forzando blocchi di legge anacronistici che la sinistra ufficiale (contraria
perfino alla televisione a colori) si ostinava a difendere. Global Tv è entrata per un giorno a
far parte del bouquet di Tele Più in Planete. Grideremo per questo viva Murdoch? Penseremo che le
infinite possibilità del racconto digitale ci libereranno in un colpo so- lo del canone estorto,
dell'oppressione di Berlusconi, della tv deficiente? Sono spaventato da quello che potrebbe
accadere di fronte a una nuova ondata di terrorismo.
Chi governerebbe l'emozione, lo sgomento,
la paura, i sentimenti generalisti che in Israele impediscono da anni ai laburisti di competere
alla pari per vincere le elezioni? E a questa eventualità che dobbiamo pensare per capire
l'importanza della tv generalista e l'insostenibilità democratica del caso italiano.
L'Italia è l'avamposto nel mondo nella battaglia per la pace e deve porsi come avamposto
anche nella battaglia contro il terrorismo. Il terrorismo, l'atteggiamento imperiale di Bush,
la riduzione delle libertà, fanno parte di una stessa spirale. In Italia c'è forse il
movimento per la pace più importante del mondo ma l'attacco più duro alla libertà d'espressione.
Qui dobbiamo ristabilire il diritto ad essere correttamente informati. Il primo tra quelli
irrinunciabili.
Occorre ripristinarlo prima di un cambiamento politico perché da esso prescinde.
Lo sviluppo ordinato e civile dei rapporti sociali, il futuro della nostra democrazia, la libera
concorrenza dalla quale dipende la ripresa economica non sono questioni di destra o sinistra.
Non credo che interessi a nessuno un piccolo paese con una piccola tv che non riesce ad immaginare
una esistenza diversa da quella che Bush sta disegnando per noi, che non riesce a far a meno
della guerra per sopravvivere.
(fonte: i quaderni di MicroMega - No alla guerra di Bush)