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:: La pace oscurata ::

La pace oscurata
di Michele Santoro

Tutti per la pace e ciascuno a nome suo, provenendo da infinite direzioni, sono affluiti in un fiume immenso che ha invaso le strade di Roma. Una folla sterminata di individui che si ribellano al comune senso della verità, che gettano via gli abiti della «guerra giusta» fabbricati per il cervello sociale dai mezzi di comunicazione ed espongono le loro idee nude e crude. Uno scandalo. 

Nel nostro tempo reale non potrebbe e non dovrebbe esistere un'opinione pubblica senza antenne e senza giornali, tutte le idee andrebbero considerate una risorsa da non sprecare, anche le più estreme, anche le più mediamente intollerabili. Ma la cultura della guerra non ammette dibattiti e considera i ragionamenti diversi pericolose concessioni al nemico. Così ogni giorno che passa siamo un po' meno liberi, cresce una paradossale somiglianzà tra i media occidentali e quelli che una volta nel socialismo reale pretendevano di educare le masse e di diffondere la verità, si accresce il senso di un impoverimento culturale e aumenta la paura.

Come se l'avventura democratica non avesse altre frontiere da esplorare. Come se il mondo non si potesse trasformare in meglio. Come se non ci restasse che difendere in un'ultima, estrema, battaglia il nostro stile di vita. La Rai ha rifiutato la diretta e, ciò che è più grave, lo ha fatto adducendo ragioni politiche. Le stesse che le avevano consigliato di non trasmettere il rapporto degli ispettori o di non ospitare Tarek Aziz a Porta a Porta. Dunque una trasmissione televisiva diviene l'anticamera del governo e la televisione pubblica ministero della Comunicazione e dell'Educazione civica. Milioni di persone, la metà del paese, restano fuori, trattati come pericolosi terroristi. 

Ma allora che senso ha chiamarsi servizio pubblico? E quanti danni industriali si subiscono ignorando una tale domanda di partecipazione? La guerra tende a far apparire trascurabile il caso italiano, il monopolio dell'informazione gestito da una sola persona. Berlusconi si mette l'elmetto per difendere l'Occidente e la patria in pericolo. D'altra parte cosa succede nella prima democrazia del mondo? Negli Stati Uniti chi denuncia le aberrazioni di Guantanamo, la sospensione di diritti costituzionali, la tortura, la finta informazione che precede la guerra? 

L'altro giorno su Repubblica un ottimo giornalista come Magdi Allam raccoglieva, guarda caso, dalla Fox, la notizia di un'arma intelligente nelle mani di Saddam: si chiama Jammer. Un piccolo congegno informatico per deviare su obiettivi civili il percorso delle bombe intelligenti. Anche i danni collaterali saranno da oggi in poi attribuibili a Saddam. La televisione va in guerra con «i nostri ragazzi», racconta bambini in lacrime alla partenza dei soldati e propone con tempestiva insistenza inediti ritratti del dittatore spietato. Non vedremo morire marines, non vedremo elicotteri in fuga con soldati disperati appesi alle scalette: dal Vietnam è passata un'eternità. Non abbiamo visto le centinaia di migliala di cadaveri iracheni inceneriti sulla strada da Bassora a Baghdad. 

Solo tracciati di fuochi artificiali che solcavano la notte. Solo immagini intelligenti. Ma non sentiremo nemmeno più Peter Arnett o Samarcanda parlarci dell'attacco imminente. Solo parole intelligenti che appartengono agli eserciti e al potere politico e che non c'entrano nulla con l'informazione. La guerra da tempo non ha l'immagine della morte e dei corpi straziati; e nemmeno il suo odore deve essere percepito. Ma adesso è difficile perfino parlarne. In Afghanistan gli aerei americani vigilano giorno e notte. I radar segnalano una sparatoria. Ci vuole un attimo per raggiungere la località dove sarebbe in corso un'azione terroristica. Fuoco! 

Forse sono quaranta gli invitati al matrimonio che muoiono. Nessuno li conterà. Forse qualche bambino resta imprigionato nel buco profondo fatto da una bomba. Quante ore? Nessuno lo saprà. A San Giuliano, quei bambini sepolti vivi e noi attaccati al televisore che avremmo fatto qualsiasi cosa, avremmo infilato le mani nel vetro per rimuovere un mattone o un pezzo di cemento. In Afghanistan niente telecamere. Un burka steso sulla realtà senza fessure per gli OCchi. Qualcuno ha scritto che le manifestazioni sono diventate pagine di notizie alternative, veri e propri media, i giornali e le televisioni che non ci sono.

 Giornalista è chi sfila col suo cartello autocostruito, giornalista chi espone alla propria finestra la bandiera della pace, dal momento che racconta di una realtà ignorata; giornalismo sono le canzoni e gli slogan, i volantini e gli striscioni. Il peso informativo di questa gigantesca massa umana non si esercita soltanto scendendo in piazza con appuntamenti straordinari. C'è una miriade di contatti, un tam tam fitto e continuo che tiene in vita una comunicazione invisibile quanto imponente. La rete. Allora vadano al diavolo Berlusconi e il Grande Fratello, Sacca e la sua marmellata spacciata per servizio pubblico? LA7 ha trasmesso la diretta: viva LA7! 

Anche se quella trasmissione si è svolta m libertà vigilata, con Ferrara, Selva e Teodori. Comunque meglio della Rai. Si può pretendere di più? Questa televisione è inguardabile. Questa televisione è indecente come chi ci governa. Questa televisione è deficiente. Meglio non averci niente a che fare. Ma quanti sono a ragionare così? Tre milioni di persone, secondo il Censis, prevalentemente donne, prevalentemente del Sud e del Nord-Est bassamente scolarizzato, formano la propria opinione esclusivamente attraverso la televisione. Non usano il computer, non leggono giornali, non possiedono un telefonino. 

Otto milioni di persone si trovano in una situazione quasi identica: diciamo che usano raramente il telefonino ma non sanno come inviare «un sms». La metà della popolazione italiana legge raramente un libro o un giornale e adopera quasi esclusivamente la tv per farsi un'idea di quanto accade nel mondo. Parliamo di televisione generalista non di quella satellitare, non di pay-tv. Ho paragonato questo mondo ad una sterminata periferia metropolitana, una prigione culturale dalla quale è molto difficile evadere. Esiste un esercito di persone che pensa attraverso quello che vede, direi che è pensato da quello che vede. Sono i frequentatori abituali del McDonald's dei sogni, quelli che gli spot raggiungono facilmente, quelli che decidono cosa votare nelle due settimane precedenti il voto. 

Apprendono dai telegiornali che Blair ha le prove, grazie ai suoi servizi segreti, che Saddam possiede armi di distruzioni di massa ma non leggeranno gli editoriali nei quali si dice: «E una bufala copiata da un articolo pubblicato anni prima su Internet». In Italia la televisione sta subendo un rapidissimo declino a causa del suo assetto monopolistico. Si parla a sproposito di qualità, dimenticando che solo una sana concorrenza può produrre buoni programmi. Direi che la polemica sulla qualità spiana la strada agli interventi censori e quella sulla obiettività diviene il vettore dell'omologazione dell'informazione e del conformismo culturale. Niente di buono può venire dal fatto che in un modo o nell'altro il governo detti regole agli operatori.

 Nessun serio controllo può essere esercitato da organi che si chiamano indipendenti ma derivano la loro autorità dai partiti e dai meccanismi di lottizzazione. Chi è stato deputato o presidente del Consiglio non dovrebbe poter essere messo in condizioni di svolgere funzioni da garante. In Italia accade; e viene in questo modo apertamente violato il principio di terzietà dell'autorità amministrativa contenuto nella nostra Costituzione. Di Berlusconi abbiamo detto tutto il male possibile; ma i leader dell'opposizione credono nell'indipendenza dei giornalisti? Sono favorevoli a liberare la Rai dalla morsa dei partiti? Sono disposti a rinunciare a gestire i loro piccoli lotti? Farebbero una battaglia per liberalizzare il sistema televisivo impegnando tutte le loro forze? 

Non si accorgono che si sta creando un muro tra l'Italia che utilizza Internet, i giornali, la radio, la tv, i libri per formarsi un'opinione e l'Italia culturalmente povera, confinata nella grande periferia televisiva, sottomessa all'azione del Grande Fratello. Una divisione che aggrava le altre esistenti: quella tra chi ha fiducia nella magistratura e chi non ne ha nessuna; quella tra chi crede ciecamente nella televisione e chi non ci crede affatto. Ma sarebbe un grave errore se, dopo il 15 febbraio, il movimento per la pace ritenesse di non aver altra scelta se non rifiutare l'informazione ufficiale e rifugiarsi, per fare la resistenza, sulle montagne del web e dei canali satellitari. Accoglieremo fra poco la fusione tra Stream e Tele Più, lo sbarco di Murdoch come quello di un liberatore?

 E già successo con Berlusconi quando infranse a colpi di Dallas il monopoho della Rai che aveva esaurito le spinte della riforma e di Rai Due. Anche allora fu la sinistra di movimento ad aprire la strada con le radio locali, forzando blocchi di legge anacronistici che la sinistra ufficiale (contraria perfino alla televisione a colori) si ostinava a difendere. Global Tv è entrata per un giorno a far parte del bouquet di Tele Più in Planete. Grideremo per questo viva Murdoch? Penseremo che le infinite possibilità del racconto digitale ci libereranno in un colpo so- lo del canone estorto, dell'oppressione di Berlusconi, della tv deficiente? Sono spaventato da quello che potrebbe accadere di fronte a una nuova ondata di terrorismo. 

Chi governerebbe l'emozione, lo sgomento, la paura, i sentimenti generalisti che in Israele impediscono da anni ai laburisti di competere alla pari per vincere le elezioni? E a questa eventualità che dobbiamo pensare per capire l'importanza della tv generalista e l'insostenibilità democratica del caso italiano. L'Italia è l'avamposto nel mondo nella battaglia per la pace e deve porsi come avamposto anche nella battaglia contro il terrorismo. Il terrorismo, l'atteggiamento imperiale di Bush, la riduzione delle libertà, fanno parte di una stessa spirale. In Italia c'è forse il movimento per la pace più importante del mondo ma l'attacco più duro alla libertà d'espressione. Qui dobbiamo ristabilire il diritto ad essere correttamente informati. Il primo tra quelli irrinunciabili.

Occorre ripristinarlo prima di un cambiamento politico perché da esso prescinde. Lo sviluppo ordinato e civile dei rapporti sociali, il futuro della nostra democrazia, la libera concorrenza dalla quale dipende la ripresa economica non sono questioni di destra o sinistra. Non credo che interessi a nessuno un piccolo paese con una piccola tv che non riesce ad immaginare una esistenza diversa da quella che Bush sta disegnando per noi, che non riesce a far a meno della guerra per sopravvivere.

(fonte: i quaderni di MicroMega - No alla guerra di Bush)