Com'era nelle
intenzioni di Washington, com'era nei timori
del nucleo forte dell'Europa, la prossima
guerra contro l'Iraq ha già prodotto - prima
ancora di cominciare - un'illustre, colossale vittima: l'Europa. Al documento degli otto
paesi europei, dell'est e dell'ovest, più pro-americani, ha fatto seguito un secondo
documento, ancora più inequivocabile, dei 10
paesi dell'est Europa appena affacciatisi
nell'anticamera dell'Unione europea. Giusto in
tempo per il suo funerale. L'Amministrazione
dell'Impero ha così completato una manovra a
larghissimo raggio, consistente in varie tappe,
tutte realizzate con successo. Tanto per
ricordare - a coloro che insistono sulla
debolezza "strategica" degli Stati Uniti
d'America - che esiste una
voragine tra la situazione attuale (in cui gli Usa
sono all'offensiva, più che mai potenti, più che
mai decisi, più che mai armati) e il momento in
cui la crisi (economica, poi politica, poi di
egemonia reale) degli Stati Uniti e della loro
globalizzazione si manifesterà in tutta la sua
probabile ampiezza storica.
È in questa
voragine, in questo décalage temporale, che si
consumerà la tragedia di cui stiamo vedendo i
primi atti. Prima, cioè, che questo e i prossimi
imperatori debbano fare i conti con la loro
debolezza. Quali sono le tappe di questa
avanzata? Gli Stati Uniti hanno prima
colonizzato la Russia di Boris Eltsin,
imponendole i propri criteri di passaggio al
capitalismo e ottenendone il collasso
economico e morale. Avendo soggiogato il
gigante dell'impero avverso, essi hanno avuto
buon gioco nel soggiogare le classi dirigenti, i
popoli, i cuori, dei satelliti minori del "Grande
Nemico". L'Europa è
rimasta a guardare, delegando a Washington
il compito "civilizzatore" dell'Impero del
Male. Con uno spirito da bottegai, senza nessuna strategia, gli europei (segnatamente la
socialdemocrazia europea) hanno ritenuto di
dover procedere con i piedi di piombo nell'allargamento a est della propria influenza.
Si
disse che sarebbe stata un'operazione troppo
costosa, e l'esperienza dell'unificazione
tedesca era, infatti, lì a dimostrare che
integrare l'Europa dell'est nell'Unione europea
avrebbe comportato per tutti gli europei
dell'ovest sacrifici non sopportabili (senza
una grave perdita di consensi elettorali). Si
procedette dunque con lentezza. Washington
fece la mossa del cavallo: al posto della lenta,
prudente, integrazione economica che gli
europei occidentali non sapevano costruire,
offrì subito, velocemente, immediatamente,
l'integrazione militare nella Nato. Prima con
prudenza, poi - di fronte all'assoluta incapacità di reazione europea - con tanta
decisione da scavalcare addirittura i confini
del Patto di Varsavia e da penetrare nel corpo
vivo dell'ex Unione Sovietica.
Fu così che, nello spazio di due soli anni,
l'allargamento a est della Nato incluse tutta
l'Europa orientale, pezzi dell'ex Jugoslavia,
tre repubbliche ex sovietiche del Baltico.
Impresa, come si è visto, assai lucrosa per il
primo venditore di armi del mondo. Polonia,
Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria,
Romania e via elencando fino a Vilnius. Riga
e Tallinn sono ormai armate integralmente, rifornite, educate alle discipline militari,
allenate, da fornitori, istruttori, commissari
politici americani. In qualche caso perfino le
piste degli aeroporti militari sono state
nuovamente orientale per consentire rapidi
decolli verso i cieli dell'amico cui si danno
pacche sulle spalle per fargli dimenticare di
essere considerato ancora e sempre un
nemico. Atavicamente.
Difesa americana,
capitali americani, stile di vita americano,
coniugati con la diffidenza nei confronti della Russia, hanno prodotto una
generalizzata forma di vassallaggio. Ma non nei
confronti della vicina e confinante Europa, bensì nei
confronti della lontana America. Il protettore dell'est
Europa non è stata l'arcigna
Bruxelles, e la sua turrita Banca centrale europea. È stata la Federal Reserve, dopo avere
dollarizzato, insieme alla
Russia, tutte le economie
vassallo che andava creando,
una dopo l'altra.
Gli europei occidentali hanno
infine allentato i cordoni della
loro borsa, ma era già tardi. Il credito economico e politico di
Washington - vero o presunto
poco importa - nei confronti delle capi-ali più o meno antiche
dell'Europa era pronto per essere esatto.
Saddam Hussein è stato gestito
come un assegno in bianco. Si
vede che l'intera Europa dell'est,
privata della sua sovranità, e
perfino della sua anima, viene
adesso usata come cavallo di
Troia nella cittadella dell'Unione europea, per dividerla, per incrinarla, per
mutare il corso del suo processo d'integrazione, per
ridurla anch'essa in cattività, per imporle le scelte
dell'Impero, anche quelle sgradite, anche quelle
pericolose.
Sull'asse Londra-Roma, con l'aggiunta di
Madrid, si sono innestati gli assi con Varsavia e
Budapest, con Lubiana e Bucarest, con
Praga e Bratislava. È rimasto a resistere l'asse Parigi-
Berlino, e non è chiaro neppure se potrà farlo a lungo.
È chiaro invece che ogni futura decisione europea sarà
pesantemente condizionata dai nuovi arrivati, vassalli incondizionati degli Stati Uniti.
Il prossimo colpo di maglio contro i recalcitranti
avverrà alla metà di febbraio, quando
Washington riuscirà a convocare i 15 ministri degli
esteri dell'Europa che ancora c'è, insieme ai 10 che vi
si devono ormai aggiungere, e magari anche qualche
altro paese della regione (vuoi vedere che anche la
Turchia si presenterà all'appuntamento?) per far scrivere loro, sotto forma di una dichiarazione di
guerra congiunta all'assegno in bianco, la
dichiarazione di resa finale dei reprobi. In
gergo pugilistico si potrebbe dire che l'Unione
europea ha subito un pesantissimo "uno-due":
un diretto al plesso solare e un gancio al mento.
Se si dovesse continuare con questa metafora,
si potrebbe dire che questo è il terzo round,
dopo i primi due, vinti ai punti da Washington,
della guerra contro la Jugoslavia e contro
l'Afghanistan.
Se, dopo la morte o la cattura di
Saddam Hussein, e dopo gli squilli lancinanti
di vittoria che proromperanno da tutti gli
schermi televisivi del pianeta, l'Europa sarà
ancora in piedi, c'è solo da aspettare il quarto
round: quello in cui l'euro verrà messo al
tappeto da un dollaro in caduta libera. È vero
tuttavia che le opinioni pubbliche europee sono
tutte ostili alla linea della guerra. Lo sono, in
larga maggioranza, perfino quelle degli ex
satelliti di Mosca, che hanno già smaltito la
sbornia proamericana, esattamente come l'ha
smaltita il popolo russo. Si sta aprendo un
varco del tutto inedito, che non ha precedenti in
tutta la storia delle relazioni tra Europa e Stati
Uniti: quello tra l'opinione pubblica europea e
le scelte dell'alleato americano.
I cattolici
europei, trascinati da un Papa in collera, sono
contro la guerra come mai lo furono nel secolo
trascorso. Si va verso una frattura storica all'interno dell'Occidente cristiano. Gli effetti
saranno immensi. Tanto più
vasti quanto meno la classe dirigente
statunitense sembra capace di valutarli. Ma si
commetterebbe un errore pensando che essa,
accorgendosene, cambierebbe rotta. Il gruppo
dirigente degli Stati Uniti non rispetta le regole
della politica e nemmeno quelle del buon
senso. L'Imperatore può commettere pazzie, è
nelle sue prerogative.
Sperare nella sua
saggezza è esercizio non meno pericoloso che
sciocco. Così dobbiamo sapere che il match è destinato a proseguire fino al knock-out finale.
Quanto durerà ancora non è dato sapere. Ma chi scommetterebbe un copeko sulla
vittoria ai punti dell'Europa? Gli unici che
possono cambiare il corso delle cose sono i
popoli, sempre che capiscano e si organizzino
per resistere.
(fonte: Avvenimenti - n°6/2003)