Interventi

:: I paesi dell'ex Patto di Varsavia l'asso nella manica di Washington ::

L'america dell'est
di Giulietto Chiesa

Com'era nelle intenzioni di Washington, com'era nei timori del nucleo forte dell'Europa, la prossima guerra contro l'Iraq ha già prodotto - prima ancora di cominciare - un'illustre, colossale vittima: l'Europa. Al documento degli otto paesi europei, dell'est e dell'ovest, più pro-americani, ha fatto seguito un secondo documento, ancora più inequivocabile, dei 10 paesi dell'est Europa appena affacciatisi nell'anticamera dell'Unione europea. Giusto in tempo per il suo funerale. L'Amministrazione dell'Impero ha così completato una manovra a larghissimo raggio, consistente in varie tappe, tutte realizzate con successo. Tanto per ricordare - a coloro che insistono sulla debolezza "strategica" degli Stati Uniti d'America - che esiste una voragine tra la situazione attuale (in cui gli Usa sono all'offensiva, più che mai potenti, più che mai decisi, più che mai armati) e il momento in cui la crisi (economica, poi politica, poi di egemonia reale) degli Stati Uniti e della loro globalizzazione si manifesterà in tutta la sua probabile ampiezza storica.

È in questa voragine, in questo décalage temporale, che si consumerà la tragedia di cui stiamo vedendo i primi atti. Prima, cioè, che questo e i prossimi imperatori debbano fare i conti con la loro debolezza. Quali sono le tappe di questa avanzata? Gli Stati Uniti hanno prima colonizzato la Russia di Boris Eltsin, imponendole i propri criteri di passaggio al capitalismo e ottenendone il collasso economico e morale. Avendo soggiogato il gigante dell'impero avverso, essi hanno avuto buon gioco nel soggiogare le classi dirigenti, i popoli, i cuori, dei satelliti minori del "Grande Nemico". L'Europa è rimasta a guardare, delegando a Washington il compito "civilizzatore" dell'Impero del Male. Con uno spirito da bottegai, senza nessuna strategia, gli europei (segnatamente la socialdemocrazia europea) hanno ritenuto di dover procedere con i piedi di piombo nell'allargamento a est della propria influenza.

Si disse che sarebbe stata un'operazione troppo costosa, e l'esperienza dell'unificazione tedesca era, infatti, lì a dimostrare che integrare l'Europa dell'est nell'Unione europea avrebbe comportato per tutti gli europei dell'ovest sacrifici non sopportabili (senza una grave perdita di consensi elettorali). Si procedette dunque con lentezza. Washington fece la mossa del cavallo: al posto della lenta, prudente, integrazione economica che gli europei occidentali non sapevano costruire, offrì subito, velocemente, immediatamente, l'integrazione militare nella Nato. Prima con prudenza, poi - di fronte all'assoluta incapacità di reazione europea - con tanta decisione da scavalcare addirittura i confini del Patto di Varsavia e da penetrare nel corpo vivo dell'ex Unione Sovietica.

Fu così che, nello spazio di due soli anni, l'allargamento a est della Nato incluse tutta l'Europa orientale, pezzi dell'ex Jugoslavia, tre repubbliche ex sovietiche del Baltico. Impresa, come si è visto, assai lucrosa per il primo venditore di armi del mondo. Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Romania e via elencando fino a Vilnius. Riga e Tallinn sono ormai armate integralmente, rifornite, educate alle discipline militari, allenate, da fornitori, istruttori, commissari politici americani. In qualche caso perfino le piste degli aeroporti militari sono state nuovamente orientale per consentire rapidi decolli verso i cieli dell'amico cui si danno pacche sulle spalle per fargli dimenticare di essere considerato ancora e sempre un nemico. Atavicamente.

Difesa americana, capitali americani, stile di vita americano, coniugati con la diffidenza nei confronti della Russia, hanno prodotto una generalizzata forma di vassallaggio. Ma non nei confronti della vicina e confinante Europa, bensì nei confronti della lontana America. Il protettore dell'est Europa non è stata l'arcigna Bruxelles, e la sua turrita Banca centrale europea. È stata la Federal Reserve, dopo avere dollarizzato, insieme alla Russia, tutte le economie vassallo che andava creando, una dopo l'altra. Gli europei occidentali hanno infine allentato i cordoni della loro borsa, ma era già tardi. Il credito economico e politico di Washington - vero o presunto poco importa - nei confronti delle capi-ali più o meno antiche dell'Europa era pronto per essere esatto.

Saddam Hussein è stato gestito come un assegno in bianco. Si vede che l'intera Europa dell'est, privata della sua sovranità, e perfino della sua anima, viene adesso usata come cavallo di Troia nella cittadella dell'Unione europea, per dividerla, per incrinarla, per mutare il corso del suo processo d'integrazione, per ridurla anch'essa in cattività, per imporle le scelte dell'Impero, anche quelle sgradite, anche quelle pericolose. Sull'asse Londra-Roma, con l'aggiunta di Madrid, si sono innestati gli assi con Varsavia e Budapest, con Lubiana e Bucarest, con Praga e Bratislava. È rimasto a resistere l'asse Parigi- Berlino, e non è chiaro neppure se potrà farlo a lungo. È chiaro invece che ogni futura decisione europea sarà pesantemente condizionata dai nuovi arrivati, vassalli incondizionati degli Stati Uniti. 

Il prossimo colpo di maglio contro i recalcitranti avverrà alla metà di febbraio, quando Washington riuscirà a convocare i 15 ministri degli esteri dell'Europa che ancora c'è, insieme ai 10 che vi si devono ormai aggiungere, e magari anche qualche altro paese della regione (vuoi vedere che anche la Turchia si presenterà all'appuntamento?) per far scrivere loro, sotto forma di una dichiarazione di guerra congiunta all'assegno in bianco, la dichiarazione di resa finale dei reprobi. In gergo pugilistico si potrebbe dire che l'Unione europea ha subito un pesantissimo "uno-due": un diretto al plesso solare e un gancio al mento. Se si dovesse continuare con questa metafora, si potrebbe dire che questo è il terzo round, dopo i primi due, vinti ai punti da Washington, della guerra contro la Jugoslavia e contro l'Afghanistan.

Se, dopo la morte o la cattura di Saddam Hussein, e dopo gli squilli lancinanti di vittoria che proromperanno da tutti gli schermi televisivi del pianeta, l'Europa sarà ancora in piedi, c'è solo da aspettare il quarto round: quello in cui l'euro verrà messo al tappeto da un dollaro in caduta libera. È vero tuttavia che le opinioni pubbliche europee sono tutte ostili alla linea della guerra. Lo sono, in larga maggioranza, perfino quelle degli ex satelliti di Mosca, che hanno già smaltito la sbornia proamericana, esattamente come l'ha smaltita il popolo russo. Si sta aprendo un varco del tutto inedito, che non ha precedenti in tutta la storia delle relazioni tra Europa e Stati Uniti: quello tra l'opinione pubblica europea e le scelte dell'alleato americano.

I cattolici europei, trascinati da un Papa in collera, sono contro la guerra come mai lo furono nel secolo trascorso. Si va verso una frattura storica all'interno dell'Occidente cristiano. Gli effetti saranno immensi. Tanto più vasti quanto meno la classe dirigente statunitense sembra capace di valutarli. Ma si commetterebbe un errore pensando che essa, accorgendosene, cambierebbe rotta. Il gruppo dirigente degli Stati Uniti non rispetta le regole della politica e nemmeno quelle del buon senso. L'Imperatore può commettere pazzie, è nelle sue prerogative. 

Sperare nella sua saggezza è esercizio non meno pericoloso che sciocco. Così dobbiamo sapere che il match è destinato a proseguire fino al knock-out finale. Quanto durerà ancora non è dato sapere. Ma chi scommetterebbe un copeko sulla vittoria ai punti dell'Europa? Gli unici che possono cambiare il corso delle cose sono i popoli, sempre che capiscano e si organizzino per resistere.

 (fonte: Avvenimenti - n°6/2003)