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:: Cesare Previti e il suo processo ::

Come evitare il processo
di  Nando Dalla Chiesa*

Questa volta l'onorevole Cesare Previti ha proprio ragione. Davvero è stato «superato ogni limite consentito». Davvero è «la prima volta in assoluto nel mondo». Davvero il sistema deve intervenire «per correggere lo scempio in atto». Davvero occorre «irrigidire il sistema affinché questo genere di cose non possa più avvenire e chi commette questi fatti paghi le conseguenze». Davvero «questo processo mostra le crepe del sistema giudiziario». Tutto giusto, tutto sacrosanto. Da sottoscrivere parola per parola. Anche se per ragioni opposte a quelle che stanno nella mente dell'onorevole di Forza Italia. 

E in fondo è anche bene che - per una di quelle straordinarie coincidenze che danno un senso alla storia di un paese - la conferenza stampa con la quale il Grande Imputato della seconda Repubblica ha spiegato la sua settima ricusazione dei giudici milanesi sia stata tenuta qualche ora dopo le celebrazioni del 25 aprile, alle quali il presidente del Consiglio, suo amico e coimputato, ha scelto platealmente di non essere presente. Bisognava ancora capire perché, alla fine, all'osso degli ossi, Berlusconi ha in cagnesco la Costituzione e la Liberazione da cui essa è nata? Capire perché la nuova classe di governo si è raccolta, con pochissime eccezioni, intorno alla disdetta dei principi costituzionali? Previti lo ha spiegato illustrando, in fondo, un'intera filosofia del potere. E ha anche spiegato le vere ragioni (peraltro già a suo tempo rivelate da Montanelli) che hanno portato un gruppo aziendale e d'affari a trasformarsi in partito politico. L'impunità.

Questo è il chiodo fisso intorno al quale tutto è ruotato e ruota. Strategie politiche e alleanze, riforme e spiriti eversivi, campagne d'opinione e perfino scelte di politica estera (l'ossessione di uno spazio giudiziario europeo come anticamera del filoamericanismo d'avventura). Si è sempre costretti a semplificare rozzamente in questi casi, ma - in certi decisivi momenti - il nocciolo storico e politico delle vicende occorre pure coglierlo. Il Previti che grida «intervenga il sistema», indirizzando il suo Sos alla magistratura, al governo, al parlamento, alla pubblica opinione, sembra tenersi in gola qualcosa che vorrebbe tanto dire ma che, almeno in pubblico, proprio non può dire visto che, a norma di legge, nessuno dei soggetti invocati può fermare il verdetto dei giudici al termine di un processo che è stato «regolare» nei limiti in cui glielo ha consentito il sabotaggio infinito condotto dalle difese e dall'imputato più potente.

Chi dovrebbe infatti intervenire? E facendo che cosa? E punendo chi? Qual'è mai la Costituzione che può essere riconosciuta da chi parla in questo modo? Quale legge uguale per tutti? Quale legge amministrata in nome del popolo (vero, ministro Castelli?)? Quale indipendenza della magistratura? Qua le divisione dei poteri? Quale ragionevole durata del processo? 25 e 26 aprile 2003. In queste due date si condensano le ragioni di due Italie diverse. Altro che Marzabotto, egemonia dei comunisti o ruolo degli angloamericani nella liberazione! Queste sono copertine storiografiche, talora dotte e più spesso cialtronesche e insultanti, utili a rivestire libri sii cui sta scritto ben altro. 

La carne vera del conflitto sta nella rivendicazione dell'impunità. Sta nella minaccia estiva di Gaetano Pecorella di andare allo scioglimento anticipato delle Camere se non fosse passata in fretta e nel tempo «dovuto» la legge Girami, la famosa ciambella di salvataggio riuscita senza il buco. Diciamo la verità: in quale altra forma sarebbe stato possibile rendere più chiaro il fatto che questo, l'impunità, era il vero programma di legislatura? Intervenga il sistema, reclama ora l'onorevole Previti. E punisca i colpevoli. Be', ora chi ci ammannisce lezioni sulla indipendenza dei pubblici ministeri dall'esecutivo in altri paesi avanzati, avrà qualche argomento in meno. Poiché finalmente è chiaro, perfino dichiarato, il sistema politico e di valori entro cui il pubblico ministero dovrebbe rispondere al potere esecutivo in Italia. 

La legge sono io: questo è il brutale principio lanciato contro la Costituzione, che ha informato di sé un pezzo intero di legislatura e che d'ora in poi, per sintesi mnemonica, chiameremo il manifesto del 26 aprile. Questo il principio sovversivo che, coprendosi con la foglia di fico delle dispute revisioniste, va allo scontro frontale con la nostra Carta. Che porta il capo del governo a disertare il Quirinale nel giorno che celebra la liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista e che dunque rammenta e richiama le radici e ragioni profonde della nostra democrazia.

Naturalmente non bisogna perdersi neanche uno dei particolari di cui si sono fregiate le pubbliche esternazioni di Silvio Berlusconi e di Cesare Proviti prima e dopo questa data, entrambe riferite ai processi milanesi. Primo particolare: in (tutte e due le esternazioni, anziché rispondere dei propri comportamenti, i protagonisti hanno cercato di coinvolgere Romano Prodi, quasi a disegnare (lo diranno i fatti) il bersasglio di una campagna di aggressione da ultima spiaggia. Secondo particolare: alla luce della conferenza stampa di ieri, la sceneggiata milanese di Berlusconi acquista l'aria di una specialissima missione difensiva a favore dell'amico e sodale, quasi espressione di un impegno necessario e irrinunciabile. Una difesa pesante, ma che evidentemente non è stata ritenuta sufficiente. 

Perché ora, come abbiamo visto, la richiesta si fa più impellente e sovversiva: intervenga «il sistema». Vedremo dunque che cosa farà il sistema. Vedremo come finirà lo scontro tra il 25 e il 26 aprile: questo conflitto di civiltà giuridica e politica condotto non sui libri di storia o davanti alle lapidi dei partigiani, ma intorno a un'aula di giustizia, intorno al processo che non si deve fare. 

[* da l'Unità del 27Aprile 2003 ]


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