Decine di parenti di boss si rivolgono alle strutture
pubbliche e chiedono l’aiuto di psicoterapeuti e psichiatri. E a Campobello di
Mazara si fa analisi di gruppo «sul mafioso che è in te»
PALERMO.
«Dottore io la posso ricoprire d’oro ma lei deve
aiutare a mio figlio». Un mafioso catanese porta il figlio di 8 anni, affetto da
gravi disturbi psichici, nello studio privato di uno psicoterapeuta. Questo
qualche settimana fa. Non è una storia fra tante e nemmeno una sottigliezza. È
un segnale forte dei tempi che cambiano pure in un mondo di granitiche certezze
qual è stato quello di Cosa Nostra. Un episodio saltato subito all’occhio di uno
come Girolamo Lo Verso che da oltre un decennio studia e osserva «la psiche
mafiosa» e ne ha fatto anche un libro fresco di stampa per i tipi della
FrancoAngeli. Che molti abitanti del pianeta Cosa Nostra stessero facendo i
conti con i fantasmi dell’inconscio generati dalle sue aberrazioni, dai suoi usi
e costumi non era una novità ma un affiliato alla mafia non aveva mai osato al
punto di rivolgersi personalmente al terapeuta seppure per salvare un figlio.
Sull’orlo della crisi lo avevano fatto negli anni scorsi madri, sorelle,
zie, nonne, fratelli ma un padre ancora non si era visto. Già questi
scricchiolii di quella realtà che voleva dare l’impressione di bastare
ingordamente a se stessa portarono le prime riflessioni, i primi spunti, i primi
interrogativi a cui Lo Verso, ordinario di psicologia clinica all’Università di
Palermo, insieme a colleghi e allievi, volevano dare una risposta. Si trattava
di capire, specie dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, cosa stava succedendo
nella mentalità mafiosa fino a costruire una vera e propria equipe di ricerca
per sviluppare un discorso organico su un fenomeno o meglio su un modo di essere
tipicamente siciliano che da decenni condiziona e soffoca, a intensità
variabili, non solo l’isola ma un intero Paese.
L’era post-stragista e
l’ondata di pentimenti successiva mise in crisi parecchie famiglie mafiose. Per
molti si sbriciolarono d’un tratto le fondamenta di un’appartenenza, di
un’identità tribale che aveva sorretto e giustificato fino a quel momento il
senso di un’esistenza.
L’approccio innovativo di Giovanni Falcone nella lettura
del fenomeno e le perizie psichiatriche su Leonardo Vitale, primo pentito di
mafia della storia, bollato come pazzo, incuriosirono Lo Verso.
«Mi
confrontai con il giornalista Salvatore Parlagreco che aveva scritto su Vitale»,
racconta il docente, «ma anche con giudici e avvocati che lavoravano con i
pentiti. Ne scaturì un primo convegno a palazzo di giustizia nel 1997 e l’anno
dopo il primo libro (La mafia oggi), un tentativo di comprensione
antropologica della mafia». Segnalazioni di casi riguardanti figli, parenti di
mafiosi, collaboratori di giustizia, cartelle cliniche, tesi di laurea, diedero
vita a un filone di studio. Nel 2000 il resoconto di casi clinici trattati dal
professor Lo Verso e da suoi colleghi si concretizzò in un secondo libro:
Come cambia la mafia. Quindi l’ultima esperienza, le interviste cliniche
con alcuni collaboratori di giustizia riportate ne La psiche mafiosa, un
faro puntato sulle dinamiche psichiche «fondamentaliste» dei membri di Cosa
Nostra.
Subito dopo le stragi del 1992-1993 la risposta dello Stato ha fatto
traballare l’universo mafioso. Decine di mogli, figli, parenti di mafiosi si
rivolgono sempre più spesso a psicoterapeuti, psicologi, psichiatri ma solo
nelle strutture pubbliche. Scemata l’onda del pentitismo diminuiscono le
richieste d’aiuto e solo negli ultimi anni c’è stata una ripresa con la novità
del ricorso anche a studi privati. Ed ecco madri spesso in preda a crisi
d’ansia, che si sentono perseguitate. Del resto paranoia e mafia, spiegano gli
studiosi, sono strettamente correlate. I mafiosi che hanno saltato il fosso
cadono in depressione, si sentono falliti, attaccati su più fronti: la famiglia
li ripudia, l’opinione pubblica li delegittima.
A Graziella Zizzo,
psicoterapeuta nella Ausl di Trapani, si è rivolta la madre di Francesco, 17
anni, ultimo di tre figli maschi di una potente famiglia mafiosa. Il fratello
maggiore è latitante, l’altro sembra avere preso il posto del padre ma vive
altrove. Il rendimento scolastico del ragazzo è calato. Ha scoperto
l’omosessualità e l’attrazione per un professore. «Ricostruendo la sua storia»,
racconta la terapeuta, «abbiamo capito insieme che la convinzione di essere
omosessuale, il disonore più grave di cui possa macchiarsi un uomo di Cosa
Nostra, nasceva dalla difficoltà e dal rifiuto ad assumere il ruolo maschile
imposto dalla tradizione mafiosa. Era una copertura di quella parte di sé
fragile e confusa da lui ritenuta vergognosa e dunque da nascondere sia alla
famiglia paterna, sia alla madre, sia ai coetanei».
PADRE PADRINO. Capita pure che un anziano boss mafioso del catanese,
non vuole proprio saperne di passare il testimone al figlio cinquantenne che lo
richiede e così arriva a dire: «Se avessi qualche anno in meno e più forza lo
avrei incaprettato e ucciso, perché si uccidono le persone che vogliono la tua
proprietà e minacciano la tua vita». Il figlio reagisce a questa situazione di
dipendenza inveendo spesso contro il padre e minacciandolo anche di morte.
Perciò l’anziano Don P. chiede l’intervento della sanità pubblica: vuole farlo
passare per pazzo, farlo internare magari. Insomma Cosa Nostra è
un’agghiacciante icona di potere, e molto altro ancora. Anzitutto un
«iperfondamentalismo» e «dentro il fondamentalista», afferma il professore Lo
Verso nel suo libro scritto a quattro mani con Gianluca Lo Coco, «parla il
“noi”. Il mafioso non ha un’identità soggettiva, è semplicemente parte di un
mondo, un monolite in cui organizzazione mafiosa, famiglia e identità coincidono
pesantemente».
Così un killer pentito (i casi osservati sono diversi) dice: «Io
ho ammazzato un centinaio di persone ma della maggior parte non sapevo nemmeno
chi fossero». Come dire: non mi sono mai posto il problema per quello che facevo
perché io vengo da una radice. Questi sicari sono semplicemente ingranaggi di un
sistema, robot dell’omicidio. Più che una biografia, Girolamo Lo Verso, quella
dei mafiosi la definisce una «tanatografia». Hanno continuamente il fiato della
morte sul collo, il minimo sbaglio può chiudere tragicamente la loro partita.
Tutti i loro vissuti sono visceralmente intrecciati al binomio «morte e
dominio». Li attendono prove continue da sostenere. Fin dal reclutamento.
«Criteri di accesso come per l’ingresso nell’aristocrazia», osserva il docente,
«ma forse ancora più selettivi. Il mafioso nasce sempre in un ambiente mafioso,
non solo quello della famiglia nucleare ma anche quella allargata. Gli vengono
trasmessi valori di mafia, vengono messi gradualmente alla prova, osservati e
solo alla fine arruolati. Non devono dare il men che minimo segnale di
comportamenti da “sbirru” (membro delle forze dell’ordine), comunista, gay».
Nella fase di arruolamento gli studi del gruppo di ricerca palermitano hanno
individuato un elemento assai significativo: la presenza di una figura
determinante nell’ingresso di un giovane in Cosa Nostra. C’è quasi sempre un
zio, spesso senza figli, che prende a cuore le sorti del nipote. Il padre di A.
è morto d’infarto a 35 anni. Faceva il carpentiere e non era affiliato alla
mafia ma i fratelli sì. Lo zio E. a quel bimbo di otto anni o poco più chiedeva
spesso: «Chi si: sbirru o uomo d’onore tu?». «Se ci dicevo che ero sbirru mi
arrivara una timpulata (uno schiaffo) se ci dicevo uomo d’onore mi dava dieci
mila lire».
Un altro fratello del padre, lo zio S., anni dopo lo andò a
prelevare dal collegio dove lo aveva rinchiuso la madre per farlo studiare e
sottrarlo a quell’ambiente di morte e violenza. Il collaboratore così lo
definisce: «Per me lui era… un Dio scusando la parola, perché proprio mi venne a
liberare, perché io non la sopportavo la situazione di stare in quel collegio e
a mia madre ce l’ho sempre rinfacciata questa storia». Un copione analogo a
quello del pentito M., il cui padre non era organico alla mafia, che fu
«combinato» da un zio mafioso. Aveva cominciato col fargli l’autista quand’era
latitante.
S. curava grandi affari per conto di Cosa Nostra prima di vuotare
il sacco e anche nel suo caso è stato un zio ad aprirgli la strada. Col padre
«faceva scintille» ma dello zio dice: «Era un personaggio di un carisma
eccezionale, che dirigeva la mafia» in un piccolo paese a occidente di Palermo.
«Questo mio zio», ha raccontato S. ai terapeuti, «non aveva figli e mi portava
sempre in giro con lui e mi fa conoscere tutta quella che era la realtà mafiosa
dell’epoca. Lo ammiravo perché era un personaggio del tutto particolare, era
molto signorile. S’immagini che d’estate aveva sette vestiti di lino tutti
bianchi che si cambiava ogni giorno. Ultimamente gli avevano fatto un
grossissimo sfregio, gli hanno sparato e gli saltò un braccio».
Fin qui le
declinazioni estreme di una cultura, di un modo di essere, pensare, agire che
avviluppa tutto e tutti. Un caso emblematico lo si trova subito. «Il consigliere
di opposizione di un Comune del palermitano», racconta Lo Verso, «era turbato
dal sogno ricorrente di essere un mafioso onnipotente». Per affrontare la
questione ha più senso costruire una visione d’insieme, una lettura sociale
articolata.
IL MAFIOSO CHE È IN NOI. Si provano nuove strade: un’autoanalisi di
gruppo per scoprire il «mafioso che c’è in te». L’idea è nata a Campobello di
Mazara, Comune del trapanese ad alta densità mafiosa. L’ispiratore è Toni
Giorgi, allievo del professor Lo Verso nonché presidente del consiglio comunale
del paese, dove lo scorso anno è stato arrestato il sindaco a capo di una giunta
di centrodestra. Si parte dalla visione di film ironici sulla mentalità mafiosa
per arrivare a gruppi di discussione sull’argomento mettendo in gioco le
esperienze e i vissuti dei partecipanti (professori, avvocati, amministratori,
sanitari, imprenditori, operatori di giustizia del paese). Giudici e
psicoterapeuti avranno un ruolo di stimolo e mediazione nella discussione.
Una ricerca, che mette in secondo piano elenchi di morti ammazzati e
nefandezze indicibili per sondare le menti di un popolo, per capire questa
peculiarità tutta siciliana. Le differenze con altre organizzazioni criminali
sono chiare. «Un sistema», argomenta Lo Verso, «che assume connotazioni simili e
per certi versi più primitivi di Cosa Nostra è la ‘ndrangheta calabrese. È un
modello ancora più chiuso, tribale, familiare», frammentato e con minore
strategia d’insieme. La camorra è tutt’altra cosa: «Anzitutto non è una
struttura monolitica, è più chiassosa. Succede che un camorrista o il figlio
possa essere tossicodipendente, una donna può impugnare la pistola e sparare, e
soprattutto dalla camorra si può uscire con più facilità».
Robe inconcepibili
per il codice blindato di Cosa Nostra. E con la loro scelta, anche se di comodo,
motivata da vendetta o paura ma pur sempre sofferta, i collaboratori di
giustizia hanno infranto proprio questo codice di morte. Il carcere duro ha
agevolato i pentimenti, si sa. L’isolamento vero equivale all’impossibilità di
esercitare quel potere che conta più di ogni altra cosa. Ci si ritrova a essere
«nuddu ammiscatu cu nenti» (nessuno mischiato con niente). Il passo della
collaborazione implica uno sconvolgimento per la vita di un mafioso. «Loro»,
spiega il professore Lo Verso, «che vengono da un’identità fortissima devono
affrontare un cambio d’identità radicale, contrassegnato da un pesante travaglio
familiare oltre che intimo e personale. Perciò la nuova legge che impone ai
collaboratori di parlare entro sei mesi dalla loro decisione è limitante, non
tiene conto di questi aspetti umani».
Una legge che s’incastra in un clima
di generale allentamento della tensione nei confronti della mafia, di una celata
(ma neanche troppo) volontà politica interessata a contenere i danni e a
nascondere, in taluni casi, rapporti equivoci con Cosa Nostra improntati al
reciproco scambio. E per la loro esperienza di certa politica scesa a patti con
Cosa Nostra i collaboratori di giustizia hanno una pessima opinione. Il
collaborante S. che con uomini politici ha trattato tante faccende dice che «il
politico è peggio del mafioso» perché sta a guardare, «si mette dietro il
classico pietrone e aspetta che passi il carro». C’è anche chi come Nino
Giuffrè, uno degli ultimi pentiti, li dipinge «viscidi» questi politici: «Prima
prendono i voti e poi lottano contro la mafia per farsi una verginità». In una
sola parola «la miserabilitudine dell’uomo politico».
[* da il diario © della settimana - da
venerdì 18 a giovedì 24 aprile 2003 ]