Dalle ultime cronache diplomatiche sembra emergere la convinzione che il
futuro dell’Onu oscilli fra due aggettivi: centrale, come vorrebbero gli
europei, o vitale, come sostengono gli americani. Spiace dirlo, ma le Nazioni
Unite, in queste condizioni, non possono essere né centrali né vitali. Per
rendersi conto della loro desolante impotenza, il lettore provi a immaginare che
cosa sarebbe accaduto se il Consiglio di sicurezza avesse votato la seconda
risoluzione con cui la Gran Bretagna, alla vigilia della guerra, cercava di
riparare la rottura dei giorni precedenti.
La Francia era pronta a bocciarla con
il suo veto e l’America accarezzò per un momento la prospettiva di una
maggioranza che avrebbe sconfitto moralmente, se non giuridicamente, la linea di
Parigi. La situazione sarebbe stata doppiamente assurda. La Francia avrebbe
usato un diritto concessole alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era
formalmente vincitrice e aveva ancora un impero coloniale. Gli Stati Uniti
avrebbero formato una «maggioranza morale» con tre Paesi africani (Angola,
Camerun, Guinea), privi di reali responsabilità internazionali, e due Stati
latino-americani (Cile, Messico) che vivono a parecchie migliaia di chilometri
dall’occhio del tifone. A quale dei due fattori avremmo dovuto attribuire
maggiore importanza? A un veto anacronistico o a una maggioranza occasionale e
raccogliticcia?
L’Onu è in crisi perché il «consiglio d’amministrazione» non
rappresenta più l’assemblea dei soci. La Carta risale al 1945 e contiene regole
che non hanno alcun rapporto con il mondo d’oggi. La Gran Bretagna e la Francia
hanno perduto l’impero, il numero dei membri si è quadruplicato, l’Urss si è
dissolta, l’Unione europea ha ormai una personalità internazionale e l’India
(una democrazia nucleare, con un miliardo di abitanti) non è meno importante
della Cina. Ma per i notai dell’Onu il voto dell’India vale quello di Malta, il
Brasile pesa come una qualsiasi isola dei Caraibi e l’arma del veto resta
saldamente, per diritto divino, nelle mani di cinque Paesi che vinsero la
guerra, sessant’anni fa, con una alleanza di cui constatammo rapidamente la
fragilità. Sorprende che questa Onu non possa risolvere i problemi del mondo?
Eppure la svolta unilateralista degli Usa rende l’organizzazione più
necessaria di quanto non fosse prima della crisi irachena. Gli Stati Uniti
sostengono che le nuove minacce internazionali (apocalittiche armi di sterminio
nelle mani di organizzazioni terroristiche e Stati canaglia) rendono la guerra
preventiva necessaria e legittima. Non hanno torto. Ma hanno certamente torto
quando trascurano un altro problema non meno importante. Se la guerra preventiva
diventa diritto internazionale, non è però opportuno che la decisione di agire
sia lasciata soltanto allo Stato interessato. Altri Paesi domani potrebbero
servirsi dell’esempio iracheno per regolare conti con un vicino indocile e
sgradito. A quando, tanto per intenderci, la guerra preventiva dell’India contro
il Pakistan o viceversa?
La nuova politica americana esige quindi un nuovo
Consiglio di sicurezza. Occorrerà sopprimere i vecchi veti, ma scrivere regole
che rispecchino le responsabilità internazionali dei membri. Occorrerà evitare
che un solo Paese possa opporsi alla volontà degli altri, ma introdurre
maggioranze ponderate che tengano conto delle reali gerarchie. Forse si potrà
ottenere il risultato calcolando il peso demografico, il prodotto interno lordo,
l’impegno assistenziale per i Paesi poveri, il livello culturale e scientifico,
la quota di partecipazione al commercio mondiale. Non sarà semplice e ci
vorranno molti anni. Ma di qui ad allora è inutile illudersi: le Nazioni Unite
non saranno né centrali né vitali.
[* dal Corriere della Sera del
20/4/2003]