Le notizie che giungono da Cuba sono
allarmanti e non consentono silenzi. Il 3 di aprile si sono svolti in diverse
sedi dell'isola processi contro 78 «dissidenti», o - per usare parole più secche
- oppositori del regime castrista. Sommando le varie condanne comminate a questi
oppositori si arriva a centinaia e centinaia di anni di carcere. Sono cifre
agghiaccianti. E per questi processi parlare di rito sommario è un eufemismo un
po' ridicolo. Né si può ingannare noi stessi: è impossibile che in questi veri e
propri processi lampo siano stati garantiti elementari diritti di difesa, né ci
si sia stata quella necessaria, elementare prudenza, che pure è il sale
obbligato, quando si decide sulla libertà o sulla prigionia degli individui e
dei gruppi. Gli imputati erano oppositori del regime castrista, anzi - usiamo
pure la parola forte - cospiravano contro il regime? E che altro essi
potevano fare visto che a Cuba difettano essenziali diritti di parola, di
organizzazione, di lotta politica pubblica e riconosciuta? E questo ancora oggi,
dopo quarant'anni dai giorni dell'insurrezione armata e della emergenza
rivoluzionaria. E inoltre dove sta scritto che anche ai cospiratori in
manette - quando non sono in condizioni di nuocere - non si possono, non si
debbano concedere elementari poteri e strumenti di difesa? La giustizia - questa
parola così solenne e alta - ha bisogno come il pane del contraddittorio
pubblico e prolungato. Senza di che l'aula del tribunale diventa una farsa, un
inganno feroce.
Ancora all'inizio di aprile - con un intreccio
allucinante - si è tenuto a Cuba un altro processo, che ha portato alla condanna
a morte di tre giovani che avevano sequestrato un traghetto per raggiungere la
costa degli Stati uniti. Chi scrive nella sua vita ha imparato ad odiare la
condanna a morte - questo agghiacciante potere di uccidere colui che sta già in
manette e stretto dentro le mura di un carcere. Ma quella condanna a morte che
si consuma e si compie quasi in un lampo, e non consente appello e rifiuta
persino un momento di esitazione davanti all'uccidere l'inerme - è davvero
qualcosa di ripugnante. Ed è ingannevole: si illude di cancellare con la mano
del boia i problemi politici e umani che non sa risolvere. Si dirà: tutto questo
è necessario a Castro per tutelarsi dai complotti americani. Io temo invece che
ciò aiuti Bush a dire: vedete come è indispensabile la superpotenza
americana...
Tale è il quadro amaro. Io non dimentico ciò che
dall'insurrezione cubana è venuto come speranza e simbolo per un Terzo mondo
soffocato dall'imperialismo, e anche per la difficile lotta della sinistra
anticapitalistica nell'Occidente avanzato. Anche se personalmente io ebbi dubbi,
tanti, davvero tanti - e dall'inizio - in quella seconda metà del Novecento
ponemmo il ritratto del «Che» sul cassettone di casa, e cantammo nei cortei
quella canzone indimenticabile. E credo di afferrare, di capire quanto ancora
oggi Cuba agisca come speranza: prima di tutto per il continente
centro-americano in cerca di riscatto, e oltre ancora. E ancor più adesso che la
superpotenza americana ha proclamato - dinanzi al mondo - l'avvento dell'era
della «guerra preventiva». Ma tanto più se la questione è ormai questa - e si
vede sul campo - non possiamo illuderci di superare una tale prova con i
processi sommari e le fucilazioni fulminanti.
Sento repulsione per quelle
nuovissime carceri di Guantanamo, dove non esiste più nemmeno la protezione, il
ritrarsi in sé che dà il buio della cella. Ma come posso contrastare le
allucinazioni di Guantanamo se ricorro alla pena capitale contro dei fuggiaschi
riagguantati e ormai con le manette ai polsi?
La battaglia contro Bush e
contro la dottrina della «guerra preventiva» chiede altre strade: nuove e
diverse. E si nutre di pacifismo, non di carceri e manette persino assurde, e di
boia macchiati di sangue.
Un intellettuale, grande amico di Cuba, il
nobel Saramago ha dichiarato il suo dissenso. E' una scelta che chiama al
coraggio della verità, e Dio sa se ce ne vuole dinanzi alle prove aperte nel
mondo.
[da Il Manifesto -
16/4/2003]
Comandante Fidel, siamo di sinistra ma chiediamo: basta con la repressione dei
dissidenti a Cuba
Caro Comandante Fidel: siamo un semplice gruppo di persone, tutte diverse
fra loro, che hanno in comune il riconoscersi nell'idea politica della sinistra
(nelle sue varie sfumature, dall'Ulivo ai Movimenti di base a Rifondazione
Comunista all'area No-Global e pacifista, eccetera).
In comune abbiamo anche l'indignazione per la crescente repressione della
dissidenza a Cuba, che in questi giorni si è concretizzata in tre condanne a
morte, già eseguite, e in numerose altre condanne a pene detentive contro
persone colpevoli soltanto di aver cercato di espatriare dall'isola, ossia di
esercitare il diritto alla libertà di movimento e di emigrazione che qualsiasi
Stato democratico deve riconoscere ai suoi cittadini.
Non accettiamo il generale silenzio della sinistra, a cui apparteniamo, su
questo tema e su questi fatti, e intendiamo protestare fermamente contro tale
silenzio connivente e affermare che noi siamo contro la repressione della
dissidenza, e lo siamo "senza se e senza ma".
Ci rivolgiamo pertanto a tutti i leader della sinistra mondiale affinché
questo silenzio connivente cessi e sia manifestata una posizione chiara contro
ogni forma di repressione politica, compresa quella che si esercita a Cuba.
Firma
la petizione