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:: Le Opinioni ::
Il più grande alleato di Bush di Curzio Maltese
NELL'ERA MEDIATICA nulla è più utile a mantenere il potere della
minaccia terroristica. Una minaccia continua, indefInita e generalizzata, che
può colpire chiunque in qualsiasi momento e che viene alimentata ogni giorno
dai media anche in assenza di atti concreti. Anche oggi, come ieri, leggerò
sulla prima pagina del giornale di una spaventosa strage sventata
dall'arresto di un gruppo di fondamentalisti. Fra sei mesi, se avrò la
pazienza di leggere le notizie brevi, scoprirò sulle agenzie che si è
trattato del millesimo falso allarme, che i presunti terroristi non c'entravano nulla, com'è stato finora per la quasi totalità dei presunti
terroristi di Al Qaeda deportati con clamore a Guantanamo e puntualmente
rilasciati nel massimo riserbo.
Esiste ormai in America e anche in Europa
un'ampia «controinformazione» sull'Il settembre. Alcuni sostengono
tesi bizzarre ma di successo, per esempio che l'attacco aereo al Pentagono in
realtà non c'è mai stato. Altri si limitano a interrogarsi sui molti,
troppi misteri che circondano ancora la scena più vista e meno indagata
della storia. Che cosa sapeva la Casa Bianca dei preparativi di un at- tacco
aereo sul suolo americano? Perché l'ordine d'intercettare gli aerei
dirottati è arrivato cosi in ritardo? Perché il 10 settembre sono crollate
le borse e in particolare i titoli delle compagnie aeree? Perché il piano
d'attacco dell'Afghanistan, annunciato già in luglio da Condoleeza Rice nel
suo viaggio in Pakistan, è stato messo in un cassetto fino a settembre?
Come mai Osama bin Laden, in teoria braccato da mezzo mondo, è ancora libero
di incidere i suoi messaggi di morte all'Occidente?
C'È VOLUTO UN ANNO perché Bush accettasse una commissione d'inchiesta.
Prima doveva trovare il presidente di commissione adatto: chi meglio del
vecchio Kissinger, tomba di tutti i segreti della Casa Bianca? Senza voler giocare alla fantapolitica, basta fermarsi a considerare la
politica.
Quella reale, che ha le sue regole dai tempi di Machiavelli. Ora, proviamo a
pensare quale sarebbe la condizione di George Bush senza l'11 settembre. Un
presidente eletto dalla magistratura, impareggiabile collezionista di gaffes,
sbertucciato per mesi dalla grande stampa, uno che ha guidato il Paese verso
la recessione ed è personalmente coinvolto nello scandalo Enron.
In
condizioni normali oggi Bush sarebbe probabilmente il presidente più
impopolare della storia degli Stati Uniti. Grazie all'11 settembre ha
battuto i record di consenso di tutti i tempi. Lo stesso discorso, in piccolo,
si può fare per Sharon in Israele. li terrorismo è il miglior alleato del
potere che vorrebbe (?) abbattere. Se Machiavelli rinascesse oggi, di sicuro
lo consiglierebbe al moderno principe.
Il sospetto è che i moderni principi
l'abbiano già scoperto da tempo.
Se il petrolio non c'entra... di Giorgio Bocca
NEI DIBATTI SUL PACIFISMO e sull'intervento
affiorano faziosità e zeli involontariamente comici. Per esempio, i super
esperti delle strategie mondiali che bocciano con sussiego professorale la
tesi della guerra per il petrolio. Troppo semplice, troppo demagogico dire che
gli americani vogliono impadronirsi dell'Iraq perché le sue riserve di
petrolio sono seconde solo a quelle dell'Arabia Saudita. Gli Stati Uniti non
corrono il rischio immediato di restare a secco, i rifornimenti dal resto del
mondo sono sicuri per i prossimi cinquant'anni, ci sono ampie possibilità di
risparmi nei consumi energetici correggendo gli sprechi; la guerra all'Iraq
fa parte semmai della guerra al terrorismo, del contenimento dell'integralismo
islamico e magari anche della prevenzione a un futuro conflitto con la
Cina.
Visioni e analisi di ampio respiro che però vengono confutate da una
semplice occhiata alla mappa del Medioriente e del golfo Persico. Perché,
se non è guerra per il petrolio, le basi americane sono concentrate, nelle
terre del petrolio: Arabia Saudita, Qatar, Oman, Kuwait? Perché in questa
parte del mondo e non in altri la grande potenza avrebbe costruito basi
permanenti per migliaia di aerei, di soldati, di navi? Dunque guerra per il
petrolio o guerra preventiva per conservare il petrolio, inevitabile perché
lo esige il mutato equilibrio politico della zona: non ci si fida
più dell'Arabia Saudita dove una classe dirigente feudale e
corrotta tenta di salvarsi finanziando il terrorismo.
NON POTENDO CORRERE IL RISCHIO di riportarla sotto controllo con la
forza la si scavalca, la si isola dall'Asia musulmana, si organizza una
presenza militare stabile. A volere questa guerra per il petrolio sono non a
caso i petrolieri che governano gli Stati Uniti: il presidente Bush, il suo
vice Cheney, la sua consigliera Condoleeza Rice. Non per la paura di
perderlo il petrolio ma di doverlo pagare a caro prezzo e sotto la minaccia
continua dell'integralismo. Non sono i missili e le armi chimiche di Saddam
che minacciano l'America e quelli del G8 ma la presenza di un risveglio islamico.
Questa è la ferrea legge dell'Impero: l'espansione
continua per ricacciare il nemico
che sta alle frontiere, minaccioso per il semplice fatto di esistere. La
spiegazione vera, seria, della guerra del petrolio, ora, è che gli Stati
Uniti possono ancora contare sull'assenso e sulla partecipazione degli
stati ricchi del mondo tutti interessati a conservare il rifornimento di
petrolio alle condizioni più vantaggiose.
Le libertà e i diritti umani sono
tutt'altra cosa.
(fonte: Il Venerdì - n°770/02)
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