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[«B] noblogo il ventisette febbraio duemilatre


Dialoghi

Personaggi:
P = Pietro 
n = noblogo

P - noblogo non mi hai ancora detto cosa ne pensi di questa nuova casa!
n - Casa dolce casa per piccola che tu sia...
P - Ho capito, ho capito. Non mi sono potuto permettere di meglio.
n - Non mi sono lamentato. Invece dimmi tu papà come vanno le cosa a BlogOltre?
P - Bene, benino...
n - A giudicare da quello che scrivi non sembrerebbe.
P - Sono momenti, poi passeranno.
n - Papà, non vorrai mica mollare tutto?
P - Noooo, ma scherzi? E cosa credi che abbia speso soldi e tempo per chiudere tutto in quattro mesi?
n - Meno male, perché se tu chiudi io sono perduto...
P - Non ti preoccupare noblogo sono qui più determinato che mai.
n - E io ho fiducia. Vorrei però che tu...
P - Si, noblogo? Cosa vuoi dirmi?
n - Insomma, che tu... Ma si, che tu parlassi un po' più di te stesso.
P - Gli spazi che ho creato ultimamente servono anche a questo, vedi PerPietro.
n - Per crearli gli spazi li crei poi però non li riempi.
P - E' vero anche questo. Cercherò di rimediare.
n - Buoni propositi...
P - Questione di buona volontà e di ritrovare un po' di serenità dentro me stesso.
n - Qualcosa ti turba papà?
P - Tutto e niente. E non ho voglia di parlarne.
n - Ok. Non parliamone. O se vuoi un'altra volta.
P - Si ne riparliamo un'altra volta.

[psss..pssss.... Ascoltate. Parlo piano perché mio padre mi potrebbe sentire. Secondo me ha voglia di dire qualcosa ma non riesce a tirala fuori. Conoscendolo bene è meglio non forzarlo...]


[«B] noblogo il ventiquattro febbraio duemilatre


E allora?

Che dobbiamo fare? Rinunciamo alle nostre idee? Rinunciamo alle nostre speranze? Rinunciamo ad un futuro in cui la parola pace possa avere una chance una minima possibilità? E questo in nome di cosa di un merdoso dittatore sanguinario? Appoggiato fino a ieri da chi ora lo mette nell'asse del male! Perché solo adesso ci accorgiamo di lui, perché solo adesso vogliamo la sua testa? No alla guerra, no a tutte le fottute guerre. Violenza genera violenza e una guerra genera altre guerre. Ditemi a chi giovano le guerre? E ditemi chi arricchiscono? E ditemi chi muore in guerra? Ditemi... Porca puttana svegliatevi, aprite gli occhi non possiamo dirci popoli civili e combattere le guerre in nome di quegli stessi principi che hanno fatto scrivere nella costituzione italiana che l'Italia RIPUDIA la guerra. Non possiamo dirci paesi democratici e calpestare quanto di democratico a livello mondiale si è costruito. Tutte le guerre sono merda. Tutte le guerra sono sbagliate, possiamo incominciare ad evitarne una? O la cosa vi fa schifo? Altrimenti mandateci i vostri figli e fatela finita!

noblogo


[«B] noblogo il ventidue febbraio duemilatre


Lettera da Kabul

Gino Strada

Di questi tempi si sente spesso discorrere di «scontro di civiltà», e credo che ciò sia vero. Non nel senso che due mondi e due culture, quelli occidentali e quelli islamici, siano entrati in rotta di collisione: questo è del tutto falso. Ad essere in crisi è, piuttosto, l'idea stessa di «civiltà», o meglio la nostra idea di civiltà. E come se, in una nuova Macondo, non riconoscessimo più i principi, i concetti, perfino le parole.

 L'occupazione militare di un paese sovrano diventa missione di «peace-keeping», l'assassinio di cinquemila civili afgani sotto le bombe - ero in Afghanistan in quel periodo - si trasforma in «guerra al terrorismo». Cinquemila esseri umani spariti nel nulla, «effetti collaterali», cavie da laboratorio. Non ci deve sorprendere il disagio che proviamo, ne la nostra spaventosa capacità di digerire ogni orrore della guerra.

E frutto di una prolungata e puntuale opera di condizionamento dei nostri cervelli, una ferita prodotta da «un'arma» nuova e micidiale: l'informazione. Un'arma di «distrazione» di massa. Il mio mestiere di chirurgo mi ha portato a vivere in mezzo alle guerre negli ultimi 15 anni, in Africa, in Asia, in America latina, perfino nella nostra Europa. Forse questo mi rende refrattario alla manipolazione, almeno sulla guerra. 

Perché quella che ho visto in molti paesi non c'entra niente con la favola che ho sentito raccontare da giornali e televisioni: la guerra che ristabilisce diritti umani, la guerra che porta la pace, la guerra che libera le donne. Non ci sono, non esistono. Non c'è guerra umanitaria, non può esserci uccisione degli uomini in nome dell'uomo. Facciamo la guerra? A chi? La guerra si fa al nemico, lo si colpisce il più duro possibile. Ho visto il nemico sconfitto, annientato. Bambini fatti a pezzi dalle bombe e dalle mine antiuomo, o lasciati spegnere da malattie diventate incurabili per l'embargo alle medicine. Loro sono stati colpiti, loro sono stati il nostro nemico.

 Per qualcuno di noi - cittadini del nostro stesso pianeta - sono solo «effetti», non esseri umani. Mi spaventa solo lo scriverlo. Il nemico «ufficiale» invece quello che non abbiamo colpito, è sempre lì. E il mostro, o il mostro di turno, il feroce dittatore che chiamavamo presidente finché eravamo noi ad armarlo. Nell'ultima metà del secolo scorso abbiamo assistito a un rito macabro: in tutti i conflitti decisi da politici e generali, su dieci morti, nove sono stati civili. Un dato statistico inoppugnabile. Che orrendo gioco è questo? Perché molti nostri «governanti» ci stanno mentendo, e ci propongono la guerra per difendere «la nostra sicurezza»? 

La sicurezza di noi tutti, cittadini del pianeta, dipende invece - lo sappiamo benissimo - dalla nostra capacità di mettere al bando la guerra, di farla sparire dalla faccia della Terra, di lottare contro la guerra con forza, come stiamo facendo per vincere il cancro. È un compito difficile ma improrogabile che spetta a noi, donne e uomini di questo inizio di millennio. Dobbiamo riuscirci, e in tempi brevi, perché le armi di distruzione di massa, anche quelle progettate «per la nostra sicurezza», rischiano di distruggerci e di consegnare un mondo inospitale alle generazioni future. Come siamo potuti arrivare fin qui?

Se centinaia di milioni di noi muoiono ogni anno di fame e di guerra, di malattia e di povertà, se siamo arrivati al punto che la guerra - che le famiglie europee hanno ben conosciuto - ci viene offerta come condizione normale di vita, ciò è potuto accadere solo perché nel mondo c'è poca democrazia, molto poca. Certo è responsabilità di molti, a cominciare da chi non si è mai preoccupato di quel che gli succedeva intorno. Mancanza di partecipazione, disinteresse alla politica. Non ci siamo preoccupati che la politica del paese militarmente più forte fosse decisa da elezioni finanziate per tre miliardi di dollari dalle varie «corporation», e le corporation hanno fatto il loro lavoro. 

Ciascuna lobby ci ha indicato il «suo» politico, non il nostro. Ci presentano due candidati, entrambi loro, e noi scegliamo. O meglio, come è successo nelle ultime elezioni Usa, il 30 per cento della popolazione sceglie e alla fine la Corte Suprema dichiara il vincitore senza passare per la conta dei voti. Se davvero chi governa esprimesse, rappresentasse il volere del popolo, l'Europa non sarebbe lacerata com'è. I popoli dell'Europa, la grande maggioranza dei cittadini europei, non vogliono la guerra all'Iraq. Anzi, non vogliono più nessuna guerra: la ritengono una barbarie, contraria all'etica e alla ragione umana.

 Eppure alcuni governanti non considerano affatto l'opinione dei loro governati - tantomeno si sognano di indire consultazioni popolari - e vogliono portare il paese in guerra contro la volontà dei cittadini. Magari violando, come è già successo in Italia ad opera di governi di centro-sinistra e di centro-destra, la stessa Costituzione. In occasione della guerra all'Afghanistan, il 92 per cento del parlamento italiano ha votato per la guerra, cioè contro la Costituzione del proprio paese. Un esempio che ben chiarisce quanto grande sia il bisogno di democrazia, soprattutto di questi tempi. 

Gli Stati Uniti sono lì a dimostrare quanto la democrazia faccia a pugni con la guerra, quanto sia incompatibile. I cittadini di quel paese stanno pagando un prezzo enorme: possono venire arrestati, interrogati con le moderne tecnologie, perfino giustiziati, senza passare da un tribunale, senza diritto a una difesa. È la nuova legge, che seppellisce la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Quant'altra democrazia ha già macinato nel mondo il bellicismo della giunta petrolifera al potere negli Usa? Diritto internazionale, accordo di Kyoto, Corte penale. 

Convenzioni di Ginevra, autonomia delle Nazioni Unite... 10 mi sento solidale con il popolo statunitense, e sono contrario a quel «governo», il loro, che annienta persino la libertà dei propri cittadini, che agisce «contro il suo stesso popolo». E credo che essere contrari alla politica di George Bush e dei suoi amici sia un imperativo morale per tutte le persone per bene che abitano il pianeta. Perché la politica in quel paese - e non solo in quello, ahimè - è stata usurpata da lobby pronte «a colpire» se vedranno «minacciati» i loro interessi, che spacciano per «interessi nazionali». Sono quegli interessi che oggi dettano la politica. La politica non è più cosa per cittadini, non deve più sforzarsi di migliorare la cosa pubblica e 11 nostro vivere associati.

Oggi la politica serve gli interessi privati dei «Signori della Politica», di chi la finanzia e la controlla. Che sono anche i Signori della Guerra. Hanno scelto la guerra. Perché fa aumentare vertiginosamente i loro conti correnti, ma soprattutto perché l'uso illimitato e indiscriminato della forza è l'unico mezzo che hanno ormai a disposizione per mantenere la situazione attuale, quella che vede meno del 20 per cento degli uomini possedere più dell'80 per cento delle ricchezze del mondo. Le armi per mantenere ad ogni costo i privilegi di pochi. Un ritorno al passato, nella storia dell'uomo, altro che new economy. 

Questa è la vera guerra mai dichiarata: la guerra ai poveri del mondo, agli emarginati, agli sfruttati, ai deboli, ai diversi, la guerra a tutti gli «spendibili», vittime designate dei nostri consumi. In molti hanno trovato il coraggio di una ribellione morale e si rifiutano di essere complici di chi pensa, dopo averli spogliati di tutti i loro averi, di eliminare i poveri anziché la povertà. Mai come oggi il mondo è stato percorso da una voglia di cambiamento così forte, mai si erano visti tanti milioni di persone mobilitarsi per la pace. Chiedono pace. E hanno voglia di giustizia, non di Guantanamo.

Hanno voglia di diritti, per tutti, magari perché nella loro umanità residua ancora riescono a sentirsi meglio se nessuno muore di fame intorno a loro, anche se a migliaia di chilometri. Hanno voglia di un mondo più umano, più giusto, più solidale, un mondo di donne e uomini «liberi ed eguali in dignità e diritti». Perché ancora credono che quell'« effetto collaterale», cui nessuno porterà un fiore ne una coccarda, abbia in realtà una faccia e un nome, una storia e degli affetti.

Insomma credono che sia uno di noi, e che sia un valore per tutti che lui continui ad esistere. E credono che la vita umana, di ciascuno di noi, sia un valore, un fine, e che non possa mai essere ridotta a un mezzo, assoggettabile o addirittura spendibile, sull'altare della finanza o del mercato, o della politica. E l'etica — ritengono — che deve guidare la politica, non viceversa. 
Utopia, pacifismo infantile? Assolutamente no. Anzi, un progetto in via di realizzazione.
 Il 15 febbraio i cittadini del mondo hanno chiesto pace, e i governanti non potranno girarsi dall'altra parte. L'arma di «distrazione» di massa si è inceppata, i cittadini hanno ricominciato a capire il senso delle parole. Prima fra tutte, «democrazia»: non sarà più permesso ai governi di dichiarare guerre a nome dei popoli. Il mondo non sarà più lo stesso, dopo il 15 febbraio.

 Kabul, 16 febbraio 2003


(fonte: i quaderni di MicroMega - No alla guerra di Bush)


[«B] noblogo il venti febbraio duemilatre


Il Ponte di carta

Urbanisti, geologi, economisti, studiosi dei trasporti, amministratori come il sindaco di Villa S. Giovanni,Rocco Cassone, fanno un altro tentativo per spiegare al governo i pericoli e gli errori legati all'idea del collegamento stradale tra Calabria e Sicilia. Sembra che in Sicilia ci stiano ripensando.
di GUGLIELMO RAGOZZINO

I ponti sullo stretto di Messina attualmente sono due. C'è un ponte sospeso, tra le altissime nuvole della retorica e del genio italico; un ponte che però è fermissimo e indistruttibile, si alza e si abbassa secondo le convenienze, si inclina e risorge dalla Sicilia alla Calabria, si allunga e si accorcia come una fisarmonica, regge ai colpi di vento e ai più fantastici terremoti, alle mafie riunite e agli atti di terrorismo più spaventosi. Il bello di questo ponte è pur essendo eterno e possente, è anche mobile e flessibile, tanto che viene ricostruito ogni giorno sulle obiezioni di quei mormoratori che non fanno altro che obiettare, di quegli antipatrioti che non ne vogliono sapere. Essi dicono che le navi porta-container sono alte 100 metri e non potrebbero più arrivare a Gioia Tauro, per via del ponte; e noi portiamo il ponte a 110. Essi protestano che a quella quota il vento è pericoloso; e noi alziamo il ponte da una parte sola. Essi allora, sarcastici, dicono: «bene; almeno così si potrà sciare sul ponte, d'inverno, con la neve, tanto le auto sono scarse»; e noi, sereni, li sfidiamo a farlo. E' la «piramide nello stretto» la nostra, un segno di civiltà, che già molti Napoleoni avevano inventato. Poi c'è un altro ponte, quello vero, fatto di milioni di quintali di carta, (perizie, progetti, ordini del giorno, stime di advisors discussioni parlamentari, elaborati nel corso deell'ultimo terzo di secolo). Questo secondo ponte, il costosissimo ponte di carta è stato oggetto di molte riunioni ieri a Roma. Ieri era infatti l'ultimo giorno per presentare le osservazioni allo Studio di impatto ambientale (Sia) depositato il 21 gennaio scorso dalla Stretto di Messina Spa. E le osservazioni sono piovute, sono grandinate da tutte le parti; anche da qualche parte imprevedibile.

La più imprevedibile delle osservazioni-grandine proviene dal cuore stesso della Sicilia che alle elezioni aveva sconfitto il centro sinistra 62 a zero. La Regione ha commissionato una relazione tecnica sul Ponte a un gruppo di esperti diretti dal Professor Paolo Rabitti, docente a Venezia di sistemi informativi. Circola la voce che la relazione (250 pagine o pressapoco) sia talmente critica sul ponte di carta che il presidente Salvatore Cuffaro l'abbia secretata e portata a Roma in visione al presidentissimo Silvio Berlusconi. C'è un'interrogazione parlamentare di Michelangelo Tripodi dei comunistri italiani in proposito; essa cita un articolo del quotidiano Europa dal titolo senza perplessità: «Ecco perché non si farà mai il ponte sullo stretto di Messina» (13-2-2003).

A Roma erano tre le riunioni sul ponte e sullo stretto; una dell'Enea e due dei verdi, partito e movimenti. All'Enea hanno spiegato che Sicilia e Calabria si allontanano l'una dall'altra, ma che la questione è sotto controllo. A occhio - ma è un occhio pochissimo scientifico il nostro - ci sembra più facile affrontare una separazione del genere con una barca piuttosto che con un ponte. La rivelazione dell'Enea è rimbalzata tra i Verdi, intesi come partito. Essi hanno presentato un notevole studio dovuto ad Anna Donati, senatrice, alla professoressa Maria Rosa Vittadini, dimessa dalla direzione del Via (valutazione di impatto ambientale) da pochi mesi e dal geologo Giancarlo Presicci . Dagli studi dei verdi che hanno letto pagina per pagina il materiale presentato dalla società del ponte escono 10 buone ragioni per «sospendere la procedura». Ne citeremo una sola: una gamba del ponte di carta sorge in prossimità della faglia 50 «attiva lungo la sponda calabra» e che sarebbe meglio, sempre a parlare da incompetente, non andare a infastidire. C'è un problema di liqefazione dei terreni. Gli stagni di Gianzirri hanno cento anni appena e in una situazione di tale movimento geologico e ambientale si vuole intervenire, gettando una quantità di calcestruzzo alta e larga come lo Stadio olimpico intero. I progettisti del ponte di carta lo sanno; e dicono: «il problema è rimandato, quanto alla soluzione».

Gli ambientalisti hanno presentato un loro rapporto, coordinato da Albero Ziparo, dell'università di Firenze e poi da Luca d'Eusebio di Italia nostra, Stefano Lenzi del Wwf e Edoardo Zanchini di legambiente.

Tra gli altri ne parla Vezio De Lucia, cui si deve l'immagine della piramide. E racconta che il ponte cartaceo era già costruito nel 1986, ai tempi di Bettino Craxi e di Claudio Signorile. Si discuteva del ponte e anche della piramide del Louvre: due opere di prestigio, ma almeno la seconda serviva a qualcosa, alla vendita dei biglietti. Il ponte, già allora, era privo di collegamenti autostradali e ferroviari; già allora le ferrovie erano in Sicilia con un solo binario, in Calabria lente e tortuose. Già allora, come oggi, come nei prossimi vent'anni il grandioso ponte di carta finiva, finisce, finirà nel niente.


(letto da Il Manifesto - 20/2/2003)  


[«B] noblogo il diciassette febbraio duemilatre


La falsa coscienza dei pacifisti

Lettera aperta a coloro che sfileranno a milioni per le strade d'Europa: siete ideologici e telecomandati, ma solo perché spettatori di un guerra con cui non avete a che fare.

 Caro Pintor, cari pacifisti che sfilerete a milioni per le strade d'Europa, lasciate che vi comunichi una notizia importante: con questa guerra voi non c'entrate un bel niente, le siete estranei come lo sono gli spettatori di fronte alla rappresentazione di un dramma. Il dramma forse vi eccita, ma non è il vostro dramma. La vostra mobilitazione è moralmente sonnecchiante a dispetto dei valori che gridate in piazza, voi non state né con i carnefici né con le vittime del terrorismo. Lo sappiate o no, perché grande è l'assistenza che la buona fede dà a ogni tipo di fanatismo, voi vi esponete protetti dai prefetti e vi dimenate coccolati dai media perché in realtà state al riparo della vostra buona coscienza e della vostra irrilevanza. Non siete in pericolo, il vostro mondo non è in pericolo. I governi francese e tedesco, con aggiunta servile della patria belga della cioccolata, lavorano per il vostro benessere, ideologico e pratico. Nessun terrorista vi ha toccato, nessuna bomba vi colpirà, non ci saranno soldati morti nel campo dei governi da cui dipendete e prendete gli ordini senza nemmeno saperlo. Sabato tutti alla manifestazione, ma lunedi i vostri bambini vanno a scuola tranquilli, non come Tel Aviv, a Haifa, a Gerusalemme. Al mattino di sabato, quando farete la spesa in un supermercato, non sarete nemmeno sfiorati dall'idea che un combattente e martire della causa radicale islamista, pagato da Saddam Hussein con la nota cifra di 25 mila dollari, si farà esplodere accanto a voi o a vostra moglie, sporcando di sangue il pavimento della Esselunga. Voi l'1l settembre l'avete visto in televisione, e a quel serial credete poco. La televisione vi ha impressionati per il lasso di tempo considerato ottimale dal marketing, qualche mese al massimo, ma è subito tornata a rassicurarvi. Non si sono viste, per carità e sentimento dell'orrore, le piroette di 200 manichini umani che si gettavano dalle Torri di Manhattan alla ricerca di aria e di vita, e non li avete osservati spiaccicarsi al suolo dopo un volo di 15 secondi. Il tempo di accendersi una sigaretta, e tutto è finito. La vostra coscienza è ideologica e telecomandata. Il comunista non pentito Luigi Pintor non si capacita di come si possa considerare vittime due popoli aggrediti dal terrorismo, due popoli che combattono la paura ogni giorno, che si ribellano all'odio ideologico e fanatico istigato contro di loro in nome di ragioni abiette.

Macché vittime, gli americani e gli ebrei sono ricchi e potenti, sono armati fino ai denti, la colpa è dunque loro, e il loro è un finto dolore sbandierato per offendere i poveri e i derelitti, i dannati della terra. Chi ha la colpa di avere fondato uno stato-rifugio, uno stato-guarnigione circondato dalla volontà assassina dei fondamentalisti alla Bin Laden, non ha il diritto all'autodifesa. Vi hanno dimostrato con i fatti e con le prove tutto il dimostrabile, ma voi siete moralmente ciechi e sordi, sentite solo quello che volete sentire, la musica soave della pace. Avete protestato contro il bombardamento del reattore nucleare iracheno di Osirak, nel 1981. Avete protestato contro la guerra del Golfo per liberare il Kuwait e per suturare la vena giugulare del petrolio, quel petrolio che alla fine della manifestazione di sabato vi porterà nelle vostre seconde case dove, a cena, vi scaglierete contro l'indemoniato George W. Bush, contro l'odiato Ariel Sharon. Avete protestato contro la Nato in Kosovo, avete difeso Slobo Milosevic e la sua banda, avete negato perfino il diritto del1'America a regolare i suoi conti con il regime dei talebani in Afghanistan, avete detto che ci sarebbero stati (titoli della Repubblica) milioni di profughi, milioni di bambini morti, avete giurato e spergiurato sulle peggiori menzogne propagandistiche che la storia ricordi dai tempi della Seconda guerra mondiale. Ora siete tutti dietro lo striscione. Ma proprio tutti, tra di voi c'è anche il velista-siderurgico, quel Giorgio Falck che vuole scomunicare Bush, che odia retrospettivamente la guerra americana che ha salvato l'Europa dal nazismo, che mercanteggia moralmente l'immagine dei bambini iracheni per suscitare emozioni in buona fede, le peggiori che esistano. Ma a voi non va di pensare i problemi politici, è una cosa che stanca, preferite pregare con Tarek Aziz sul sacrario del Santo Francesco, e fa niente se la peggiore bestemmia della storia del Cristianesimo moderno è pronunciata con l'accogliente con senso dei fraticelli. L'ideologia vi nutre, e se avete letto Max dovreste sapere che l'ideologia è falsa coscienza. La coscienza vera dovrebbe suggerirvi che americani ed ebrei hanno diritto di perseguire anche con la forza un ordine in cui sia impossibile distruggere le vite dei civili americani ed ebrei per puro odio, ma la falsa coscienza vi suggerisce di farvi tribuni di un mondo che non conoscete se non nella narcisistica contemplazione della vostra bontà: state con i bambini iracheni, così dite, ma siete soltanto dei bambini viziati, innamorati dei colori arcobaleno di una pace senza se né ma. Invece c'è un se e anche un ma, lo sappiate riconoscere con coraggio oppure no: «ma se» gli shaid un giorno si occuperanno di voi e di noi, se sarete imparentati alle vittime degli uomini-bomba, vedrete come svanirà la vostra tremolante bontà esistenziale e assistenziale, la vostra sollecitudine per i dannati della terra che vogliono uccidere il numero maggiore possibile di americani e di ebrei.
(G. Ferrara)

(letto da Panorama - n°8/2003


Vi prego di non sporcare lo schermo con spruzzi di vomito, già il tanfo che ho da sopportare in nome della pluralità delle opinioni è tanto...
noblogo



[«B] noblogo il sedici febbraio duemilatre


L'amore dura tre anni - 13. Flirting with disaster

L'amore dura tre anni - F. Beigbeder Questa notte, durante il mio giro, un amico è venuto a parlarmi (non mi ricordo più chi, né quando, e ancor meno dove). 
"Perché hai quella faccia?" mi ha chiesto. 
Ricordo di avergli solo risposto:
"Perché l'amore dura tre anni". Evidentemente, la cosa fa un certo effetto: l'amico si è eclissato. Così, replico questa battuta dappertutto. Non appena ho l'aria triste e mi si chiede perché, io rispondo categorico:
"Perché l'amore dura tre anni". 
Che stile. 
A forza di sentirmelo ripetere, penso che potrebbe anche essere un buon titolo per un libro.

L'amore dura tre anni. Anche se siete sposati da quaranta, in fondo in fondo, confessate che lo sapete benissimo. Lo vedete a cosa avete rinunciato; in che momento avete abdicato. Il giorno fatidico in cui avete smesso di avere paura. 
Sentir dire che l'amore dura tre anni non è piacevole; è come un gioco di prestigio mal riuscito, o come quando la sveglia suona nel bel mezzo di un sogno erotico. Ma bisogna estirpare la menzogna dell'amore eterno, fondamento della nostra società, artefice dell'infelicità della gente.
Dopo tre anni, una coppia deve lasciarsi, suicidarsi o fare dei figli: tre modi per sancire la propria fine.
Ci sentiamo spesso ripetere che, dopo un certo periodo, la passione diventa "qualcos'altro", di più solido e più bello. Che questo "qualcos'altro" è l'Amore con la A maiuscola, un sentimento certo meno eccitante, ma anche meno immaturo. Vorrei essere ben chiaro: di questo "qualcos'altro", a me, non me ne frega niente, e se questo è l'A- more, allora lascio l'Amore ai pigri, agli scoraggiati, alle persone "mature" che si sono intabarrate nella sicurezza sentimentale. Il mio amore ha una "a" minuscola ma grandi slanci; non dura molto ma almeno, quando c'è, lo si sente. Il "qualcos'altro" in cui vorrebbero trasformare l'amore sembra una teoria inventata per potersi accontentare di poco, e rassicurarsi proclamando che non c'è niente di meglio. È come chi va in giro a rigare le portiere delle auto di lusso solo perché non può permettersene una. 
Fine serata apocalittico. Devo farla finita con quest'angoscia. Verso le cinque del mattino, telefono ad Ade- line H., il che significa che sto veramente male. Ho il suo numero riservato. Risponde: "Pronto? Pronto? Chi parla?" Voce rauca. L'ho svegliata. Perché non ha messo giù? Non so cosa dirle. "Ehm... Scusa se ti sveglio... volevo solo salutarti... " "CHI È? MA SEI PAZZO, PORCA PUTTANA?!" Riaggancio. Seduto, immobile, la testa appoggiata sulle mani, esito tra la boccetta di Lexomil e l'impiccagione: e perché non tutti e due? Non ho corda, ma un po' di cravatte Paul Smith legate insieme andranno benissimo. Gli stilisti inglesi scelgono sempre materiali molto resistenti. Attacco un post-it sul televisore: "OGNI UOMO ANCORA IN VITA DOPO I TRENT'ANNI È UN COGLIONE". Ho fatto bene ad affittare un appartamento con travi a vista. Basta salire su questa sedia, ecco, così, poi bere il bicchiere di Coca-Cola contenente gli ansiolitici triturati. Dopo di che si passa la testa nel cappio, e nel momento in cui ci si addormenta, logicamente, è per non svegliarsi più.

(noblogo: tranquilli il protagonista non si suiciderà...)

(letto da L'amore dura tre anni - di Fédéric Beigberder - Feltrinelli)



[«B] noblogo il quindici febbraio duemilatre


Cuore e ventrigli

Cinquecentoquarantotto cani e gatti si sono ritrovati a spasso nel gennaio 2001 in seguito al piano di ristrutturazione aziendale che ha interessato un laboratorio specializzato nell'assaggio di prodotti alimentari. Ordinaria amministrazione per un settore ultracompetitivo come l'industria del cibo per animali domestici che ha un giro d'affari di 11 miliardi di dollari. Malgrado la forte concorrenza, la maggior parte di questi prodotti, in scatola o sotto forma di croccantini, contiene gli stessi ingredienti di base: carne, granaglie e grassi animali. La loro provenienza, però, è un altro paio di maniche, stando a quanto afferma Ann Martin, autrice di Food Pets Die For (il cibo per cui vanni pazzi i nostri animali), un'inchiesta sull'industria del settore. Ann rivela che una scatoletta di carne al gusto di pollo può nascondere un composto ricostituito di milza, intestino, genitali, pancreas, ventrigli e cuore di pollo, o semplicemente animali investiti sulle strade, malati o provenienti dagli zoo, se non addirittura cani e gatti. Quanto ai cereali, sempre secondo Ann, in generale si tratta di scarti industriali, mentre il grasso animale non saranne altro che un derivato del processo di fusione e di ricostituzione. Ma Rossana Leoni, che lavora per Purina, un marchi Nestlé specializzato in cibo per animali, non è d'accordo: La carne delle scatolette è buona. Alcuni colleghi l'hanno anche assaggiata e dicono che ha un ottimo sapore. Io non l'ho mai mangiata,ma solo perché sono vegetariana.

(letto in Colors 54)



[«B] noblogo il tredici febbraio duemilatre

Esiste solo un presente che in un continuo divenire 
fu il nostro passato e sarà  il nostro futuro.


Sono tornato a casa ed ho dato una rinfrescata. Io, noblogo, userò questo spazio per comunicare con voi. Finché possibile, finché ne avrò voglia. Grazie.



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